Erano le 14:46 di venerdì 11 marzo 2011 ora locale (le 6:46 in Italia). Al largo della costa nord-orientale del Giappone, nella regione del Tōhoku, una scossa di magnitudo momento 9.0 — quinta più potente mai registrata nella storia sismologica — scosse l’arcipelago. Seguì uno tsunami con onde fino a 40 metri. Poi l’incidente nucleare di Fukushima Daiichi. Quindici anni dopo, è ancora il punto di riferimento mondiale per capire cosa significa un’emergenza multipla.

La centrale nucleare di Fukushima Daiichi colpita dal maremoto dell'11 marzo 2011
Tōhoku, 11 marzo 2011. Magnitudo 9,1 e onda fino a 40 metri: 19.747 morti. La centrale di Fukushima Daiichi va in fusione. Una catena di emergenze multiple che ridefinisce il concetto di rischio composito.

Ma il terremoto, da solo, non sarebbe stato l’evento decisivo. Mezz’ora dopo, lo tsunami generato dal sisma raggiunse la costa con onde alte fino a 40 metri in alcuni punti. Travolse città, porti, autostrade, treni, scuole. Penetrò per chilometri nell’entroterra. La Centrale nucleare di Fukushima Daiichi — situata a 250 chilometri a nord-est di Tokyo — fu colpita da onde di 14 metri, tre volte più alte della barriera di protezione progettata.

Il triplice disastro — terremoto, tsunami, incidente nucleare — provocò 19.747 vittime accertate (dato INGV/JMA), oltre 2.500 dispersi mai ritrovati, mezzo milione di sfollati, danni economici stimati in 300 miliardi di dollari. È il disastro più costoso della storia. La centrale di Fukushima perse il controllo di tre reattori, che andarono in fusione del nocciolo (meltdown). La nube radioattiva fu fortunatamente molto più contenuta di quella di Chernobyl, ma l’impatto psicologico, ambientale ed energetico globale fu enorme.

Quindici anni dopo, l’11 marzo 2011 è uno degli eventi che hanno definito la cultura mondiale del rischio nel ventunesimo secolo. L’Italia — che non ha grandi rischi tsunami sulle proprie coste tirreniche e adriatiche, ma ne ha sulle coste calabro-siciliane — ha imparato anche da Tōhoku ad attivare un proprio sistema nazionale di allerta tsunami, oggi parte integrante della protezione civile.

Cosa è successo davvero

Il sisma del Tōhoku ebbe origine nella subduzione della placca pacifica sotto la placca di Okhotsk, lungo la “Fossa giapponese” a circa 130 km dalla costa orientale dell’Honshu. La rottura della faglia interessò un’area di circa 400 km × 200 km, con uno scorrimento locale fino a 50 metri. La magnitudo iniziale fu calcolata 8.9, poi rivista a 9.0 e considerata oggi 9.1 da alcune analisi.

Lo tsunami si formò perché la faglia, sottomarina, alzò fisicamente di vari metri una porzione enorme di fondale oceanico. Quel sollevamento generò onde gravitazionali che si propagarono in tutte le direzioni. In mare aperto le onde dello tsunami sono basse (decine di centimetri) ma velocissime (centinaia di km/h), tanto che i naviganti spesso non se ne accorgono. In prossimità della costa, dove il fondo si alza, le onde rallentano e si comprimono in altezza: arrivano sulla costa come muraglie d’acqua.

Sul Tōhoku, le onde raggiunsero altezze di 10-15 metri in molti punti, e in alcune insenature strette furono amplificate fino a 40 metri (la prefettura di Iwate ebbe le onde più alte). Travolsero il sistema di dighe e barriere costiere giapponesi — costruite dopo lo tsunami di Sanriku 1933 — che si erano dimostrate adeguate per onde fino a 5-7 metri ma non per quelle di 14-40.

A Fukushima Daiichi, il terremoto mise correttamente in arresto automatico i sei reattori della centrale. Tutti i sistemi di sicurezza progettati per il sisma funzionarono. Il problema fu lo tsunami che arrivò 50 minuti dopo: le onde superarono il muro di protezione di 5,7 metri e allagarono i generatori diesel di emergenza, ubicati negli scantinati. Senza energia per le pompe di raffreddamento, tre reattori persero il controllo termico e fusero il combustibile nucleare in pochi giorni.

I rilasci radioattivi atmosferici e marini di Fukushima sono stati molto inferiori a quelli di Chernobyl (1986) — circa il 10-20% in termini di radioattività totale. Ma l’evacuazione di un’area di 20 km di raggio intorno alla centrale durò anni. Per alcune zone persiste ancora oggi.

La lezione: emergenze multiple e sistemi di allerta tsunami

Tōhoku ha insegnato al mondo (e alla protezione civile italiana) molte cose. Le tre più importanti:

Le emergenze multiple non sono la somma di emergenze singole

Quando un evento ne genera altri (sisma → tsunami → incidente nucleare), la risposta operativa non può essere lineare. Servono catene di comando capaci di gestire scenari concatenati, dove ogni risposta a un problema può aggravare l’altro. Gestire scenari multipli simultanei è molto più complesso di quanto le esercitazioni “su singolo evento” suggeriscano.

Le barriere fisiche da sole non bastano

Il Giappone aveva costruito un sistema di dighe costiere considerato fra i più robusti al mondo. Furono inutili contro un’onda di 14 metri. La lezione internazionale è che nessuna barriera è infinita: il rischio residuo va sempre considerato, e la pianificazione dell’evacuazione è il livello finale di difesa.

I sistemi di allerta precoce salvano vite

Il Japan Meteorological Agency (JMA) emise l’allerta tsunami entro 3 minuti dalla scossa, usando i dati sismici per prevedere altezza e tempo di arrivo delle onde. Molti residenti furono salvati. In alcune comunità remote, però, l’allerta sottostimò l’altezza delle onde (inizialmente prevista di 6 metri, poi aggiornata a 10+) e persone rifugiatesi nei “punti alti” tradizionali furono comunque travolte. È il paradosso dell’allerta: dare il numero giusto è importante quanto darlo in tempo.

Il sistema italiano di allerta tsunami

Anche l’Italia, a partire dal 2017, ha un proprio Sistema di allertamento nazionale per i maremoti generati da sisma — SiAM. Funziona così:

  • L’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) attraverso il Centro Allerta Tsunami (CAT) monitora 24/7 i sismi del Mediterraneo e oltre.
  • Quando un sisma supera soglie predefinite (magnitudo, profondità, ubicazione), il CAT emette un’allerta tsunami entro pochi minuti.
  • L’allerta è classificata in tre livelli: WATCH (atteso impatto significativo), ADVISORY (atteso impatto minore), INFORMATION (impatto trascurabile).
  • L’allerta è trasmessa al Dipartimento di Protezione Civile, alle Prefetture e ai Comuni costieri, che attivano le procedure di evacuazione.
  • Dal 2024 anche il sistema IT-alert è collegato a SiAM: in caso di tsunami imminente, una notifica push raggiunge tutti i cellulari nelle aree costiere a rischio.

Le zone italiane più esposte al rischio tsunami sono la Sicilia orientale (faglia ionica), la Calabria (Stretto di Messina), la Puglia ionica, le isole Eolie, le coste del basso Tirreno. Sulle coste laziali e tirreniche centrali il rischio è considerato minore, ma non nullo: lo storico tsunami del 1627 colpì il Tirreno meridionale.

Cosa deve sapere il cittadino oggi

Per chi vive sulla costa italiana la regola è semplice:

  1. Se senti una scossa sismica forte sulla costa o vedi che il mare si ritira improvvisamente: NON aspettare l’allerta ufficiale. Sali subito in alto (zone elevate, piani alti degli edifici, colline). Lo tsunami può arrivare in pochi minuti.
  2. Se ricevi un’allerta IT-alert o un’allerta del DPC: rispetta le indicazioni. Se è “WATCH”: evacua subito le zone basse della costa.
  3. Conosci il piano di emergenza tsunami del tuo Comune (se costiero). Le mappe di evacuazione sono pubbliche.

Per chi vive nell’entroterra — come Genzano di Roma — il messaggio di Tōhoku è diverso: i sistemi di emergenza non funzionano se non sono testati. Il modo migliore di onorare le 19.747 vittime è partecipare alle esercitazioni del proprio Comune, conoscere i piani, sapere cosa fare.

Fukushima e il rischio nucleare

Sul versante nucleare, l’incidente di Fukushima ha avuto effetti profondi sulle politiche energetiche globali. La Germania decise nel 2011 l’uscita dal nucleare entro il 2022 (poi posticipata al 2023). Il Giappone stesso ha ridotto significativamente la produzione nucleare. L’Italia — che non ha centrali in funzione dal 1990 — ha confermato nel referendum del 2011, pochi mesi dopo Fukushima, la propria scelta di non rientrare nel nucleare di terza generazione.

Per il rischio nucleare italiano (più legato a possibili eventi su centrali estere) il riferimento è il Piano nazionale per le emergenze radiologiche e nucleari del DPC, e la pagina Chernobyl, 40 anni dopo per i comportamenti di autoprotezione.

In ricordo

Le 19.747 vittime di Tōhoku (oltre i 2.500 dispersi non ritrovati) sono ricordate ogni 11 marzo in Giappone con cerimonie nazionali. Le coste del Tōhoku sono in ricostruzione da quindici anni. Interi villaggi sono stati spostati in quota. Nuove dighe più alte sono state costruite. Musei, pietre commemorative e programmi scolastici sono oggi parte della cultura collettiva.

Il simbolo dello tsunami giapponese è la pietra tradizionale delle aree costiere: “Non costruite case sotto questa pietra”. L’avevano piantata i sopravvissuti di Sanriku 1933 per segnare il limite raggiunto dall’onda. Dove gli abitanti di Tōhoku avevano rispettato quel monito, le case furono salvate. Dove era stato dimenticato, no. Lezione potente per la cultura del rischio: la memoria operativa vale quanto la tecnologia.

Quindici anni dopo, il messaggio di Tōhoku è semplice: anche le società più tecnologicamente avanzate possono essere colpite oltre la loro soglia di resistenza. Solo pianificazione, memoria, formazione e prudenza del cittadino — sostenute da istituzioni presenti — riducono le vite perse al prossimo evento.

Per approfondire (fonti istituzionali)

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