Alle 11:56 ora locale del 25 aprile 2015 una scossa di magnitudo 7.8 colpì la valle di Kathmandu, in Nepal. L’epicentro era nel distretto di Gorkha, a circa 80 chilometri dalla capitale. Profondità ipocentrale: 8 chilometri, molto superficiale.Il bilancio: circa 9.000 morti, oltre 22.000 feriti, 3,5 milioni di sfollati. Distrutti migliaia di edifici in Kathmandu e nei distretti rurali, gravemente danneggiati i siti UNESCO della valle (templi e monumenti hindu e buddisti, alcuni vecchi di secoli).
Una sequenza lunga
Il terremoto del 25 aprile fu seguito da una sequenza di repliche che durò mesi. La più forte, di magnitudo 7.3, arrivò il 12 maggio 2015 nel distretto di Dolakha, causando ulteriori 200 morti e migliaia di edifici danneggiati a livelli ormai irreversibili.

L’evento esteso causò anche una valanga sull’Everest che uccise 22 alpinisti al campo base, fra cui un alpinista italiano.
La risposta internazionale
Il Nepal era uno dei Paesi più poveri dell’Asia, con istituzioni fragili. La risposta dello Stato fu rapidamente sovrastata dalla scala dell’evento. Si attivò la macchina internazionale di soccorso coordinata dal sistema INSARAG delle Nazioni Unite:

- Squadre USAR da decine di Paesi (Cina, India, Stati Uniti, Israele, Turchia, Regno Unito, Germania, Francia, e l’Italia con i Vigili del Fuoco)
- Cooperazione internazionale italiana attraverso il Dipartimento di Protezione Civile
- ONG umanitarie (Save the Children, Médecins Sans Frontières, EMERGENCY) attive sul campo per mesi
L’Italia inviò una task force dei Vigili del Fuoco con cani da macerie, attrezzature, sanitari, e contribuì agli aiuti umanitari attraverso la cooperazione bilaterale e multilaterale.
Cosa ci insegna oggi
Il Nepal 2015 ha consolidato lezioni che valgono per tutti i Paesi sismici, Italia inclusa:
La pericolosità sismica nota va tradotta in norme costruttive vincolanti. Il Nepal aveva normative antisismiche aggiornate dal 1994, ma la maggior parte degli edifici era stata costruita prima o in deroga. La pericolosità della valle di Kathmandu era ben documentata da decenni; la mitigazione strutturale era stata insufficiente.
Il patrimonio storico è elemento di rischio elevato. Templi e monumenti UNESCO della valle di Kathmandu erano costruzioni in muratura non rinforzata, alcune di centinaia di anni. Il loro crollo ha causato vittime e ha cancellato pezzi di patrimonio culturale dell’umanità. La conservazione del patrimonio storico include la sua sismoresistenza: principio già adottato in Italia dopo Assisi 1997 e oggi consolidato.
Il build back better è una scelta politica. La ricostruzione del Nepal è stata lenta e contestata. Alcune zone sono state ricostruite con criteri sismici migliorati, altre sono state lasciate al ripristino “come prima”. Il Sendai Framework (vedi articolo del 13 ottobre) raccomanda esplicitamente il principio del build back better: ricostruire più sicuro, non solo riparare.
A Genzano di Roma
Il nostro territorio non è confrontabile con la sismicità del Nepal. Ma il principio della valutazione e mitigazione del rischio sui beni culturali vale anche da noi. La Collegiata di Santa Maria della Cima, le chiese del centro storico, i palazzi lungo via Italo Belardi sono elementi di patrimonio vulnerabile: il Piano di Protezione Civile li considera nelle valutazioni di rischio territoriale.
Per approfondire
Sul nostro sito:
- Anniversario terremoto Abruzzo 2009 (Fossa).
- Friuli 1976, cinquant’anni dopo.
- Terremoto Emilia 2012.
- Terremoto: cosa fare durante e dopo la scossa.
- Mostra «Terremoti d’Italia» a Napoli.
- Rischio sismico — pagina operativa.
- Giornata dei monumenti: tutela del patrimonio in emergenza.
Fonti istituzionali:




