Sono passati quarant’anni esatti da quella notte. Alle 01:23 del 26 aprile 1986, durante un test di sicurezza condotto in modo improprio, il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, esplose. Il nocciolo del reattore si scoperchiò, l’incendio della grafite divampò per dieci giorni e una nube di radionuclidi cominciò a salire nell’atmosfera per spostarsi sull’Europa.

A Genzano di Roma, come nel resto d’Italia, le tracce di quel rilascio arrivarono fra il 30 aprile e il 4 maggio 1986, portate dai venti da nord-est. La popolazione italiana si trovò improvvisamente esposta a contaminazioni invisibili, inodori, insapori e — per molti — incomprensibili. Il Paese non era pronto.
Quarant’anni dopo, nel ricordare quel disastro non rendiamo solo omaggio alle vittime — i lavoratori della centrale, i pompieri intervenuti senza protezioni adeguate, i “liquidatori” che bonificarono l’area pagando con la salute, le persone evacuate dalla città di Pripyat. Ricordiamo anche il momento esatto in cui in Italia è diventato chiaro che serviva un sistema di protezione civile diverso, capace di affrontare emergenze che non si vedono e non si sentono.
Il giorno in cui l’Italia capì cosa mancava

Nel 1986 l’Italia non aveva ancora un Servizio Nazionale di Protezione Civile come lo conosciamo oggi. La gestione delle emergenze era frammentata: ogni rischio era affrontato da un ministero diverso, senza una catena di comando unica. La nube di Chernobyl espose questa fragilità di colpo: nessuno sapeva chi dovesse parlare al cittadino, quali alimenti fossero sicuri, se le scuole dovessero chiudere, se le donne incinte dovessero seguire indicazioni particolari.
Le conseguenze documentate in Italia furono soprattutto:
- aumento misurabile della radioattività su latte, foglie, pascoli nei giorni successivi;
- divieti temporanei di consumo di vegetali a foglia larga, latte fresco e selvaggina in alcune regioni;
- confusione comunicativa fra ministeri, regioni, comunicazioni istituzionali e stampa.
Un dettaglio che molti adulti di oggi ricordano: per diversi mesi, gli alimenti già scaduti — purché prodotti e confezionati prima del 26 aprile 1986 — venivano preferiti a quelli freschi del periodo successivo. Latte UHT con la data di consumo già passata, conserve, surgelati, prodotti a lunga conservazione: quello che oggi butteremmo senza pensarci, allora era considerato il consumo più sicuro. Era un comportamento dettato più dalla paura che dalla scienza, non sempre corretto dal punto di vista igienico-alimentare. Ma racconta bene quanto fosse difficile distinguere il rischio reale da quello percepito, in assenza di un sistema unico di rilevamento e di una voce istituzionale chiara.
Quel disordine non si è ripetuto. La legge 24 febbraio 1992, n. 225 — la legge madre del Servizio Nazionale della Protezione Civile — fu approvata anche grazie alla lezione di Chernobyl, prima ancora che a quella di terremoti come Irpinia o Friuli. La protezione civile italiana, per come la conosciamo oggi, esiste anche per merito di quella tragedia.
Cosa abbiamo costruito da allora
Negli anni successivi all’incidente, in Italia sono stati creati o rafforzati i sistemi che oggi consideriamo ovvi:
- La rete RESORAD, che riunisce ARPA regionali, ISS, ISPRA, ENEA e altri enti per il monitoraggio radiologico continuo del territorio nazionale (aria, acqua, latte, alimenti).
- L’ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione), istituito nel 2014, autorità indipendente di vigilanza.
- Il Piano Nazionale per le emergenze radiologiche e nucleari, approvato nel 2010 e aggiornato nell’edizione 2022, che definisce ruoli, soglie di intervento, procedure di iodoprofilassi (la somministrazione di iodio stabile in presenza di rilascio di iodio radioattivo) e comunicazione alla popolazione.
- Il Sistema Nazionale di Protezione Civile definito dal D.Lgs. 1/2018 (Codice della protezione civile), che coordina ogni attore della filiera, dal Sindaco al Dipartimento Nazionale.
Oggi un evento come Chernobyl non troverebbe l’Italia impreparata. Non sarebbe un evento “facile” — lo scenario nucleare non lo è mai — ma esisterebbe da subito una catena di comando chiara, una comunicazione unica sui canali ufficiali e una rete di rilevamento capace di restituire dati certi in poche ore.
Cosa deve sapere il cittadino oggi
Il rischio di un incidente nucleare in Europa esiste ancora. Le centrali in funzione sono molte, in Francia, Slovenia, Svizzera, Germania (in dismissione) e altri Paesi dell’Est europeo. In Italia non ci sono reattori in funzione dal 1990, ma siamo geograficamente a poche ore di vento da centrali estere.
In caso di emergenza radiologica reale, il comportamento corretto è semplice e si riassume in tre azioni:
- Restare al chiuso, in casa o nell’edificio in cui ci si trova. Chiudere porte e finestre, spegnere ventilazione e condizionatori. Le pareti riducono in modo significativo l’esposizione alle radiazioni esterne.
- Ascoltare i canali ufficiali: Dipartimento di Protezione Civile, Prefettura, Comune. In futuro anche IT-alert, il sistema di allertamento pubblico nazionale, sarà uno dei canali primari.
- Seguire le istruzioni di iodoprofilassi, se attivata dalle autorità sanitarie. Lo iodio stabile (in compresse) non è un farmaco da prendere di propria iniziativa: si assume solo se e quando le autorità lo dispongono, e nelle dosi indicate, perché ha controindicazioni.
Quello che non bisogna fare è altrettanto importante: non andare a comprare scorte in farmacia in modo disordinato, non assumere iodio “preventivamente”, non condividere notizie non verificate sui social media. La disinformazione in emergenza fa più danni della radiazione stessa.
Genzano e il rischio nucleare
Il territorio dei Castelli Romani non ha centrali nucleari nelle vicinanze e non è classificato come area a rischio radiologico specifico nel Piano di Emergenza Comunale. Le emergenze a maggiore probabilità per Genzano di Roma restano quelle idrogeologica, sismica e incendi boschivi, descritte nelle pagine Rischi e Prevenzione.
Tuttavia il sistema di protezione civile funziona come una rete: anche un evento lontano migliaia di chilometri può richiedere ai Comuni italiani un ruolo, soprattutto nella comunicazione al cittadino e nel filtraggio delle informazioni. È il motivo per cui la formazione dei volontari include sempre, fra le competenze di base, la gestione di emergenze non convenzionali.
In ricordo
Quarant’anni dopo, le foto del reattore numero 4 restano un monumento a ciò che la protezione civile non deve mai essere costretta a improvvisare. Quel sarcofago grigio fu costruito in fretta da uomini che sapevano di rischiare la salute. Oggi è a sua volta coperto da una nuova struttura di contenimento internazionale. Pripyat è ancora deserta. La zona di esclusione di 30 chilometri intorno alla centrale è ancora in vigore.
L’Italia ha imparato la lezione. Continueremo a impararla, perché un sistema di protezione civile non è mai “finito” e un cittadino preparato vale più di mille piani sulla carta.
Per approfondire
Sul nostro sito:
- Cos’è la protezione civile in Italia: dall’Irpinia a Vermicino.
- Quarant’anni del Gruppo Comunale Volontari di Genzano.
- Catena delle comunicazioni in emergenza: DPC-COR-COM-COC.
- Cartelli di pericolo delle sostanze pericolose.
- Rischio chimico e industriale per i cittadini.
Fonti istituzionali:




