Sono passati ventotto anni da quella sera. Il 5 maggio 1998, dopo giorni di pioggia, dai monti che circondano la piana di Sarno — i monti del Pizzo d’Alvano in Campania — si staccarono colate rapide di fango così veloci da non lasciare alle persone il tempo di alzarsi dalla tavola della cena. Il fronte del fango raggiungeva i trenta chilometri orari, una velocità impossibile da contrastare a piedi.

Sarno dopo la frana del 5 maggio 1998: case sommerse dal fango
Sarno, 5 maggio 1998. Una colata di fango travolge il paese: 161 morti. Da quel disastro nasce in Italia la cultura moderna del rischio idrogeologico.

I Comuni colpiti furono soprattutto quattro: Sarno in provincia di Salerno, Quindici in provincia di Avellino, Bracigliano e Siano sempre in provincia di Salerno. Il bilancio definitivo, dopo giorni di scavi, fu di 161 vittime, di cui 137 nella sola Sarno. Trecentocinquanta i feriti, tremila gli sfollati, centosettantotto le case completamente distrutte.

Sarno non fu solo una tragedia umana. Fu l’evento che obbligò l’Italia a guardarsi allo specchio e ad ammettere una verità scomoda: il territorio nazionale era in larga parte sconosciuto dal punto di vista del rischio idrogeologico. Mancava la mappa di chi viveva sopra una frana, di chi aveva la casa in un alveo coperto, di chi era esposto alle colate rapide. Da Sarno è cominciato il lungo lavoro per cambiare questa cosa.

Cosa è successo davvero quella sera

Vista panoramica del Pizzo d'Alvano, in Campania, con i lunghi ventagli di detrito delle colate rapide del 5 maggio 1998 che si allungano dal fianco della montagna fino all'abitato di Sarno in pianura. Si vedono almeno otto canaloni di erosione che hanno trascinato fango e materiale piroclastico verso valle.
I versanti del Pizzo d’Alvano, in Campania, mostrano ancora oggi le tracce delle colate rapide del 5 maggio 1998. I ventagli di detrito partono dalla quota di mille metri e arrivano fino all’abitato di Sarno in pianura: ciascuno di quei “canaloni” è il segno di una colata di fango, acqua e rocce piroclastiche scesa a oltre trenta chilometri orari.

Le colate rapide — in inglese debris flows — sono fra i fenomeni più letali della famiglia delle frane. Si formano quando, durante una pioggia intensa e prolungata, i terreni superficiali di un versante perdono la coesione e cominciano a scorrere verso valle, mescolandosi all’acqua e alle macerie del sottobosco. La miscela acquisisce densità e velocità: invece di “cadere” come una frana classica, scorre come un fluido pesante.

A Sarno l’innesco fu una pioggia eccezionale ma non senza precedenti: oltre duecento millimetri di acqua in poche ore, su versanti già saturi dalle piogge dei giorni precedenti. Le rocce piroclastiche che ricoprono i monti del Pizzo d’Alvano — depositi di vecchie eruzioni vesuviane — si trasformarono in fango pesantissimo. La velocità, l’orario serale, l’esiguità dei tempi di reazione: tutto si combinò nel modo peggiore possibile.

I primi soccorsi arrivarono entro le ore successive. Vigili del fuoco, Croce Rossa, volontariato di protezione civile, Forze armate: il dispositivo nazionale si attivò, ma la dimensione del disastro saturò ogni capacità per giorni. Le immagini delle case sepolte fino al primo piano, dei superstiti scavati a mano, dei pompieri ricoperti di fango fino al viso restarono nella memoria collettiva.

La lezione: una legge per il territorio

Tre mesi dopo Sarno, il 3 agosto 1998, fu approvata la Legge n. 267, conversione del Decreto-Legge “Sarno” (DL 180/1998). È una delle leggi più importanti della storia recente della protezione civile italiana, ed è figlia diretta di quella tragedia.

La Legge Sarno introdusse tre strumenti destinati a cambiare il rapporto fra Italia e proprio territorio:

  • I Piani per l’Assetto Idrogeologico (PAI), predisposti dalle Autorità di bacino. Il PAI è la mappa ufficiale che divide il territorio in classi di rischio (R1, R2, R3, R4 — da basso a molto elevato) e stabilisce cosa si può fare in ogni classe: dove si può costruire, dove non si può, dove servono opere di protezione.
  • Le perimetrazioni di pericolosità (P1-P4) e le classi di rischio idraulico e da frana che oggi sono pubbliche e consultabili gratuitamente. Ogni cittadino può controllare, sulla mappa del proprio Comune, in che classe ricade la propria abitazione.
  • Il potenziamento delle reti di monitoraggio: pluviometri, idrometri, stazioni di rilevamento dei movimenti franosi. La rete di allertamento idrogeologico che oggi consideriamo ovvia — il bollettino di criticità con i codici colore — nasce dal lavoro avviato dopo il 1998.

Vent’anni dopo, nel 2018-2019, l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha presentato il Rapporto sul dissesto idrogeologico che dichiarava: il 91% dei Comuni italiani ha al proprio interno aree a pericolosità idrogeologica. Più di 8 milioni di persone vivono o lavorano in aree a rischio frana o alluvione. È un numero impressionante, e va letto in questo modo: prima di Sarno, non lo sapevamo. Oggi lo sappiamo, e questa conoscenza è il primo passo per ridurre le vittime.

Cosa abbiamo costruito da allora

Negli anni dopo Sarno l’Italia ha costruito un sistema integrato di prevenzione e gestione del rischio idrogeologico:

  • Le Autorità di bacino distrettuali (oggi 7, riorganizzate nel 2016 con il D.Lgs. 152/2006 e la Direttiva Quadro Acque dell’UE) governano la pianificazione idraulica e idrogeologica a scala di bacino, non più Comune per Comune.
  • I Piani di Gestione del Rischio Alluvioni (PGRA) recepiscono la Direttiva Alluvioni 2007/60/CE dell’Unione Europea: ogni Stato europeo deve mappare le aree alluvionabili e pianificare misure di prevenzione, protezione, preparazione.
  • Il Servizio meteorologico nazionale distribuito (DPC, Centri Funzionali regionali, ARPA, Aeronautica Militare) emette quotidianamente bollettini di criticità idrogeologica e idraulica con i codici colore verde, giallo, arancione, rosso.
  • La rete RESORAD per il rischio radiologico (nata dopo Chernobyl) è stata affiancata da reti analoghe per il rischio idrogeologico: la Rete Mareografica Nazionale, la Rete Idrografica Nazionale, la rete dei radar meteorologici.
  • Il D.Lgs. 1/2018 (Codice della protezione civile) ha sistematizzato tutto il sistema, definendo la catena di comando dal Sindaco al Dipartimento.

Il rischio idrogeologico a Genzano di Roma e nei Castelli Romani

Il territorio dei Castelli Romani non è esposto a colate rapide come quelle che colpirono il Pizzo d’Alvano: la nostra origine geologica è vulcanica, ma le rocce sono diverse e le pendenze più dolci. Tuttavia il rischio idrogeologico esiste anche qui, in forme diverse:

  • Frane superficiali sui versanti dei crateri di Albano e Nemi, soprattutto dopo piogge intense.
  • Allagamenti urbani nelle zone basse, quando i fossi e le caditoie non riescono a smaltire l’acqua delle “bombe d’acqua” estive.
  • Piene improvvise nei fossi di campagna e lungo le strade collinari.

Le aree a rischio del nostro territorio sono mappate nel Piano di Emergenza Comunale e visibili sulla pagina Cartografia operativa. Per i comportamenti di autoprotezione consulta Rischio idrogeologico.

Cosa fare in caso di pioggia intensa e allerta meteo, in tre regole:

  1. Restare al chiuso ai piani alti dell’edificio, lontano da scantinati e garage.
  2. Non attraversare strade allagate né a piedi né in auto: trenta centimetri di acqua corrente bastano a trascinare un’auto.
  3. Ascoltare i canali ufficiali (Comune, Protezione Civile regionale, IT-alert quando attivo) e non condividere notizie non verificate.

In ricordo

Le 161 persone morte fra il 5 e il 6 maggio 1998 a Sarno, Quindici, Bracigliano e Siano sono ricordate ogni anno nei luoghi della tragedia e nei nomi delle scuole, delle vie, delle piazze. Ma il modo migliore per ricordarle è continuare a pianificare il territorio, finanziare le opere di protezione, mantenere aggiornate le mappe del rischio.

Ventotto anni dopo, nessun versante in Italia è ancora “sicuro” in modo assoluto. Ma la differenza fra il Paese del 1998 e quello del 2026 è enorme: oggi sappiamo dove guardare, abbiamo un sistema di allerta e abbiamo uno Stato che — dopo Sarno — ha smesso di pretendere che il territorio fosse problema solo dei Comuni.

Per approfondire

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