Il 9 maggio 1978 una telefonata anonima guidò gli investigatori in via Caetani a Roma: in una Renault 4 rossa, parcheggiata a metà strada fra le sedi della DC e del PCI, c’era il corpo di Aldo Moro. Era stato rapito cinquantacinque giorni prima in via Mario Fani. Finiva così il rapimento più drammatico della storia italiana del dopoguerra.
Con la legge 4 maggio 2007, n. 56 lo Stato ha istituito il 9 maggio come Giorno della memoria delle vittime del terrorismo. È una ricorrenza ufficiale che ricorda tutte le vittime del terrorismo interno e internazionale: dalla strage di piazza Fontana (1969) alla stazione di Bologna (1980), dalla scorta di Moro alle vittime di via D’Amelio, dai magistrati uccisi agli attentati europei che colpirono cittadini italiani.
Per il sistema della protezione civile, il caso Moro non è solo memoria storica. È uno dei primi esempi italiani in cui è emerso con chiarezza che gestire una crisi nazionale richiede competenze, strutture e protocolli. Nel 1978 non li avevamo. Bisognava costruirli.
Cosa è successo: dal 16 marzo al 9 maggio

Il 16 marzo 1978, alle 9 del mattino, in via Mario Fani a Roma, un commando delle Brigate Rosse blocca l’auto che porta Aldo Moro a Montecitorio. In meno di due minuti sparano oltre novanta colpi di arma automatica: quaranta vanno a segno. Cadono i cinque uomini della scorta:
- Oreste Leonardi, maresciallo dei Carabinieri
- Domenico Ricci, appuntato dei Carabinieri
- Raffaele Iozzino, agente di Polizia
- Giulio Rivera, agente di Polizia
- Francesco Zizzi, vicebrigadiere di Polizia
Moro viene caricato su un’altra auto e portato in una “prigione del popolo” — un appartamento preparato per il sequestro. Il 16 marzo era anche il giorno in cui il Parlamento doveva votare la fiducia al governo di “solidarietà nazionale” presieduto da Giulio Andreotti, frutto del compromesso storico fra DC e PCI di cui Moro era l’artefice. La coincidenza non era casuale: le Brigate Rosse colpivano il simbolo di quella stagione politica.
Per cinquantacinque giorni il Paese vive in tensione. Le BR rivendicano il sequestro, processano Moro davanti a un “tribunale del popolo” e inviano lettere e comunicati. Moro scrive ai familiari, agli amici politici, allo Stato. Il Governo, la DC, il PCI e la maggior parte dei partiti seguono la linea della fermezza: non si tratta con i terroristi. Una posizione di trattativa è sostenuta in modo isolato dal Partito Socialista di Bettino Craxi, da intellettuali e da parte della Chiesa.
La mattina del 9 maggio, dopo un comunicato delle BR, viene ritrovato il corpo. Moro è stato ucciso, secondo la ricostruzione giudiziaria, in un garage di via Montalcini. Aveva sessantun anni.
Cosa cambiò nella gestione delle crisi
Il rapimento Moro rivelò lacune profonde nella gestione statale di una crisi prolungata. Nei cinquantacinque giorni emersero:

- Comandi frammentati: Polizia, Carabinieri e servizi segreti civili e militari lavoravano spesso senza condividere le informazioni.
- Comunicazione pubblica disordinata: ministeri, Capo dello Stato, partiti e stampa parlavano in modo non coordinato.
- Assenza di protocolli per gestire il sequestro di una personalità politica di primo piano.
- Tecnologia limitata: nel 1978 non esistevano telefoni cellulari né reti dati. Le BR disponevano delle stesse risorse dello Stato — e in alcuni casi avevano un vantaggio nelle comunicazioni interne.
Il ministro dell’Interno Francesco Cossiga costituì il comitato tecnico-politico-operativo al Viminale già la mattina del 16 marzo: fu il primo nucleo di quello che oggi chiamiamo Unità di crisi. Era però una struttura provvisoria, senza base normativa, destinata a sciogliersi a emergenza conclusa.
Negli anni successivi lo Stato costruì progressivamente gli strumenti che oggi usiamo:
- L’Unità di Crisi della Presidenza del Consiglio, nata anche dall’esperienza dei sequestri di quegli anni.
- Le Sale Operative permanenti del DPC, del Ministero dell’Interno, della Difesa e della Farnesina.
- I protocolli di crisi per emergenze di sicurezza nazionale, oggi disciplinati dal D.Lgs. 1/2018.
- Le forze speciali di intervento: NOCS della Polizia di Stato e GIS dell’Arma dei Carabinieri.
- Il coordinamento informativo unico: in caso di evento maggiore, una sola voce parla al cittadino.
Quest’ultimo punto è centrale per la protezione civile. Quando avviene un evento grave — un terremoto, un’alluvione, un’emergenza nazionale — parla un’unica voce ufficiale: il Capo del Dipartimento di Protezione Civile o il portavoce designato. Le altre istituzioni tacciono, anche quando dispongono di informazioni, per non generare confusione. È una regola di igiene comunicativa che l’Italia imparò, fra l’altro, dal disordine del 1978.
Comunicazione di crisi e protezione civile, oggi
Il principio fondamentale si chiama “single voice”: durante una crisi, una sola voce ufficiale comunica al pubblico. Vale nelle emergenze di sicurezza pubblica e in quelle ordinarie di protezione civile. Il modello italiano — mutuato in parte dalle linee guida di FEMA, OMS e Commissione europea — si basa su quattro regole:
- Tempestività. Si comunica subito, anche se si hanno poche informazioni: il vuoto comunicativo viene riempito dalle voci non ufficiali e dalle bufale.
- Trasparenza. Si dice quello che si sa e quello che non si sa. Mai mentire, mai minimizzare, mai esagerare.
- Empatia. Si parla a persone, non a “popolazione”. Il tono giusto rispetta dolore, paura, lutto.
- Coerenza. Tutti gli attori istituzionali raccontano la stessa cosa nello stesso modo. Le contraddizioni distruggono la fiducia in pochi minuti.
In Italia, durante le crisi maggiori, queste regole si traducono in strumenti concreti:
- Le riunioni informative quotidiane del Dipartimento di Protezione Civile nelle emergenze prolungate (esempio: le riunioni informative serali del Capo Dipartimento durante la sequenza sismica del Centro Italia 2016).
- Il portale ufficiale protezionecivile.gov.it e i canali social istituzionali verificati.
- Il sistema IT-alert: invia notifiche dirette ai cellulari nelle aree colpite, senza app, anche con SIM straniera. Attivo dal 2023.
- I canali ufficiali di Prefettura, Comune e Sindaco per le comunicazioni locali.
Per il cittadino la regola è semplice: in emergenza segui solo i canali ufficiali. Non condividere notizie non verificate sui social. Non rilanciare messaggi vocali WhatsApp di “fonte certa”. Aspetta che parli chi ha l’autorità per farlo.
Cosa deve sapere il cittadino oggi
Se sei in un luogo affollato e avviene un attacco improvviso — un evento che mette in pericolo l’incolumità di molte persone — segui la sequenza raccomandata in tutta l’UE: Run, Hide, Tell (Corri, Nasconditi, Avvisa):
- Corri se hai una via di fuga libera: allontanati dal pericolo, lasciando ogni cosa.
- Nasconditi se non puoi scappare: dietro una protezione solida, lontano dalle finestre, telefono in silenzioso.
- Avvisa chiamando il 112 — NUE non appena sei al sicuro: indica dove sei, cosa hai visto, quante persone, una descrizione.
Per scenari radiologici, chimici o biologici — meno frequenti ma possibili — il riferimento è il Piano nazionale per le emergenze NBCR del Dipartimento di Protezione Civile. Le istruzioni di base per il cittadino sono sempre le stesse: restare al chiuso, seguire i canali ufficiali, applicare le misure di iodoprofilassi se attivate dalle autorità. Ne parliamo nell’articolo Chernobyl, 40 anni dopo.
In ricordo
Il 9 maggio non è solo il ricordo di Aldo Moro. È il Giorno della memoria di tutte le vittime del terrorismo: gli uomini e le donne di scorta, i magistrati, i giornalisti, i sindacalisti, i sindaci, i cittadini comuni — bambini compresi — uccisi negli anni di piombo, nelle stragi neofasciste, negli attentati mafiosi, negli atti di terrorismo internazionale.
A Genzano di Roma, come in ogni Comune italiano, il 9 maggio è giorno di silenzio e di memoria istituzionale. Per chi fa volontariato di protezione civile è anche un’occasione per ricordare che l’emergenza non è solo natura: è tutto ciò che, all’improvviso, mette in pericolo molte persone insieme. Gestirla bene richiede un sistema preparato, una comunicazione chiara e cittadini informati.
Per approfondire
Sul nostro sito:
- Cos’è la protezione civile in Italia: nascita di un sistema
- Comunicazione di emergenza: canali e verifica
- Chernobyl, 40 anni dopo: cosa ha insegnato alla protezione civile italiana
- Strage di Capaci, 23 maggio 1992 — legalità e servizio pubblico
Fonti istituzionali:




