Sui giornali si legge spesso la parola rischio. “Rischio idrogeologico”, “rischio sismico”, “rischio sanitario”. La usiamo come se tutti capissimo lo stesso concetto, ma non è così. Lo standard internazionale ISO 31000 — Risk management definisce in modo preciso cos’è un rischio e come si gestisce. È la cornice che sta sotto tutto il sistema italiano di Protezione Civile.
Vediamo le tre cose principali che ogni cittadino dovrebbe sapere.
1. Rischio non è pericolo
Sono parole diverse, e la differenza conta.
Il pericolo (in inglese hazard) è un fenomeno che può causare danno: un terremoto, un’alluvione, un incendio boschivo, una pandemia. Il pericolo esiste in natura o nelle attività umane, indipendentemente dalle persone esposte.
Il rischio è la combinazione tra il pericolo e la vulnerabilità delle persone, dei beni, delle infrastrutture esposte. Un terremoto in mezzo all’oceano è un pericolo enorme ma un rischio basso (nessuno è esposto). Un terremoto di magnitudo media in una città non antisismica è un pericolo modesto ma un rischio alto (molte persone vulnerabili).
La formula concettuale è:
Rischio = Pericolosità × Esposizione × Vulnerabilità
Significa che possiamo ridurre il rischio anche senza ridurre il pericolo, agendo sulla:
- Esposizione: non costruire in aree allagabili, evacuare prima dell’evento.
- Vulnerabilità: case antisismiche, formazione della popolazione, kit di emergenza, sistemi di allerta.
È la base scientifica di tutta la prevenzione in Protezione Civile.
2. Il ciclo iterativo del rischio
ISO 31000 descrive la gestione del rischio come un ciclo continuo, non un’azione una tantum:
- Identificare i rischi (quali eventi possono accadere?).
- Analizzare il rischio (con che probabilità? con che impatto?).
- Valutare se il rischio è accettabile (stiamo facendo abbastanza?).
- Trattare il rischio (azioni di prevenzione, mitigazione, trasferimento del rischio).
- Monitorare nel tempo (il rischio cambia: i cambiamenti climatici, l’urbanizzazione, l’invecchiamento della popolazione).
- Comunicare continuamente (con cittadini, istituzioni, operatori).
Questo ciclo è la traduzione tecnica delle quattro attività della Protezione Civile italiana definite dall’art. 2 del D.Lgs. 1/2018:
- Previsione (cosa potrebbe accadere?);
- Prevenzione (cosa fare prima per ridurre il danno?);
- Soccorso (cosa fare durante l’evento?);
- Superamento dell’emergenza (come ricostruire e imparare?).
Sono i due lati della stessa medaglia: ISO 31000 è la cornice internazionale, il D.Lgs. 1/2018 è la sua traduzione operativa italiana.
3. Comunicare il rischio è parte del rischio
ISO 31000 sottolinea un punto che molti tecnici dimenticano: la comunicazione del rischio non è un dopo, è una componente della gestione stessa. Un rischio che non viene comunicato ai cittadini in modo chiaro è un rischio mal gestito, anche se le opere di prevenzione sono ottime.
Comunicare bene il rischio significa:
- usare fonti ufficiali verificabili (Centro Funzionale Regionale, INGV, ISPRA);
- distinguere probabilità (un evento atteso) da certezza (un evento in corso);
- usare il linguaggio AGID (frasi brevi, voce attiva, niente burocratese);
- accompagnare il dato tecnico con istruzioni operative (“cosa fare adesso”);
- non minimizzare né drammatizzare: la fiducia istituzionale è una risorsa, va spesa bene.
Questo principio ispira tutto il nostro sito. Ogni pagina sui rischi (sismico, idrogeologico, incendio, vento, temporali, blackout, ondate calore) ha la stessa struttura — cosa è — perché ci riguarda — cosa fare PRIMA / DURANTE / DOPO — cosa NON fare — chi chiamare. È il modo concreto di applicare ISO 31000 al cittadino di Genzano di Roma.
La famiglia di standard derivati
ISO 31000 è la cornice generale. Da essa derivano standard settoriali più specifici, già citati nella nostra sezione dedicata:
- ISO 31010 — tecniche concrete di valutazione del rischio (matrice di impatto, what-if, FMEA);
- ISO 22301 — continuità operativa di servizi essenziali;
- ISO 22320 — gestione operativa dell’incidente;
- ISO 14091 — rischio specifico legato al cambiamento climatico.
Tutti rispettano lo stesso ciclo iterativo: identificare, valutare, trattare, monitorare, comunicare.
Una verità scomoda
ISO 31000 dice anche una cosa che la politica spesso non vuole sentire: il rischio zero non esiste. Si può ridurre, mitigare, trasferire, ma non eliminare. L’obiettivo della gestione del rischio non è la perfezione: è il livello accettabile, scelto in modo trasparente dalla società. Quale livello di rischio accettiamo per costruire vicino a un fiume? Per vivere in una zona sismica? Per produrre energia in modo industriale?
Sono scelte politiche, non tecniche. La Protezione Civile è chiamata a renderle informate, non a sostituirle.
In sintesi
Capire ISO 31000 — anche solo a livello concettuale — è il primo passo per leggere correttamente ogni notizia che parla di rischio. Quando un giornale dice “alto rischio”, chiediamoci sempre: alto rispetto a cosa? con quale vulnerabilità? con quale capacità di reazione? La risposta a queste domande è il vero significato della parola.




