Sono passati quarantun anni. Erano le 12:22 di venerdì 19 luglio 1985. Una bella giornata estiva. La Val di Stava, in Trentino-Alto Adige, frazione del Comune di Tesero in provincia di Trento, era piena di villeggianti: alberghi al completo, campeggi, gente alle finestre.

Foto a colori: la colata di fango della Val di Stava vista dall'alto del versante, con un albero sradicato e spogliato in primo piano, tronchi e detriti sparsi sulla distesa di fango grigio-marrone che riempie la valle; ai lati, il bosco di conifere rimasto intatto
La colata di fango della Val di Stava nei giorni successivi al 19 luglio 1985: i bacini di decantazione della miniera di Prestavel erano ceduti travolgendo l’abitato, 268 morti. Il disastro porta a una nuova normativa sulla sicurezza degli impianti minerari.

A monte dell’abitato, a circa due chilometri di distanza e quasi cinquecento metri più in alto, c’erano due bacini di decantazione della miniera di Prestavel: vasche artificiali nelle quali da decenni si depositavano i fanghi di lavorazione della fluorite, un minerale usato in siderurgia e nella produzione dell’alluminio. Le vasche erano costruite con argini in terra ed acqua compattata, una soluzione tecnica già nota per essere fragile.

Alle 12:22 il bacino superiore cedette in modo improvviso. Il fango che conteneva — 180.000 metri cubi di una miscela di acqua, sabbia, limo e detriti di lavorazione — si riversò sul bacino inferiore, che a sua volta cedette. La massa fangosa, ora di volume enorme, scese a valle a una velocità superiore a 90 chilometri orari.

In cinque minuti, l’abitato di Stava non esisteva più. Tre alberghi furono spazzati via, decine di edifici residenziali distrutti, automobili schiacciate e trascinate, alberi divelti. Si contarono 268 vittime. Un ragazzino salvato da una finestra raccontò di aver sentito un rumore enorme e di non aver fatto in tempo a girarsi che era già finita.

Foto a colori di luglio 1985: militari italiani con uniforme verde scavano nel fango sulla colata che ha invaso la valle di Stava. Sullo sfondo, mezzi di soccorso (escavatori arancioni) e altri soccorritori al lavoro. Il versante della valle è completamente coperto di fango grigio, gli alberi sono divelti, il bosco di abeti scuri sopravvissuto incornicia la scena.
Soccorritori militari al lavoro nella colata di fango della Val di Stava nei giorni successivi al 19 luglio 1985. La massa fangosa, oltre 180.000 metri cubi, ricoprì un’area di oltre quattro chilometri quadrati. I soccorsi durarono settimane: gli ultimi corpi furono recuperati nel mese di agosto.

Cosa è successo davvero

I bacini di decantazione della miniera di Prestavel erano in attività dal 1934, anno dell’avvio dell’estrazione di fluorite, e nei decenni successivi la loro capacità era stata ampliata più volte, alzando gli argini con materiale di risulta. Negli anni Settanta erano già stati segnalati problemi di stabilità: il bacino superiore mostrava cedimenti, infiltrazioni, anomalie.

Le denunce di abitanti e tecnici non furono ascoltate. I controlli, là dove esistevano, erano formali e infrequenti. La gestione della miniera era passata fra diverse società nei decenni e la responsabilità di ciascuna passaggio non era chiarissima.

Il giorno del disastro, secondo le perizie giudiziarie successive, una combinazione di fattori — acqua piovana accumulata nei giorni precedenti, drenaggi insufficienti, sovraccarico della vasca superiore — superò la soglia di tenuta dell’argine. Quando l’argine cedette, il fango precipitò sul bacino sottostante, che non poteva reggere il peso aggiuntivo. I due bacini si svuotarono insieme.

Il procedimento penale che ne seguì si concluse nel giugno 1992 con la condanna di dieci imputati per disastro colposo e omicidio colposo plurimo: gestori della miniera, tecnici, funzionari pubblici. Una sentenza pesante, ma che — come spesso accade in Italia in queste vicende — arrivò molti anni dopo i fatti.

La lezione: sicurezza dei bacini di decantazione

Stava è il più grave incidente industriale italiano dopo la guerra in termini di vittime. È inferiore solo al numero di morti del Vajont (1963), ma a differenza del Vajont — dove la causa fu una frana naturale ingovernabile — Stava era una tragedia evitabile. Era una conseguenza della gestione di un’opera industriale, non di un evento naturale imprevedibile.

Per questo Stava ha generato:

  • L’inserimento delle dighe minerarie e dei bacini di decantazione nella normativa italiana sulle dighe (oggi disciplinata anche dall’Autorità di Bacino e da ISPRA).
  • La revisione dei controlli sugli impianti minerari attivi e dismessi: oggi tutti i siti minerari italiani — anche quelli abbandonati — sono mappati e monitorati per fenomeni di instabilità.
  • La Fondazione Stava 1985 onlus, che ha sede a Tesero e tiene memoria viva della tragedia attraverso un Centro di documentazione, un percorso museale e un’attività divulgativa nelle scuole. Riceve regolarmente classi da tutta Europa.
  • L’inserimento del caso Stava nei corsi universitari di ingegneria geotecnica e mineraria come caso di studio internazionale di “rotture progressive” di argini in terra.

Cosa abbiamo costruito da allora

In Italia, per il rischio diga e bacino artificiale, oggi esistono:

  • Il Servizio Nazionale Dighe del Ministero delle Infrastrutture, che vigila sulle dighe di rilevante interesse pubblico.
  • Le Direttive del Servizio Nazionale di Protezione Civile sulle dighe (Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri dell'8 luglio 2014 e successive), che obbligano ogni gestore a predisporre piani di emergenza e scenari di onda di piena in caso di collasso.
  • I Piani di Emergenza Diga (PED) — scenari operativi che ogni Comune a valle deve conoscere e integrare nel proprio Piano di Emergenza Comunale.
  • Sistemi di monitoraggio strumentale continuo di pendii e bacini critici (estensimetri, pendole rovesce, sismografi, accelerometri, GPS).

A livello internazionale, il caso Stava è stato studiato dalla Commissione Internazionale Grandi Dighe (ICOLD) e ha contribuito agli aggiornamenti delle linee guida globali sui tailings dams (dighe di sterili minerari), una categoria responsabile di numerosi disastri anche recenti (Bento Rodrigues 2015 e Brumadinho 2019 in Brasile).

Cosa deve sapere il cittadino oggi

Per la maggior parte dei cittadini italiani, il rischio “diga” è invisibile. Eppure in Italia ci sono oltre 500 grandi dighe e migliaia di piccole opere idrauliche di valle. Per chi vive a valle di una diga, il riferimento è semplice:

  • Conoscere il proprio Piano di Emergenza Comunale: indica se l’abitato è in zona di possibile ondata di piena per collasso o manovra di scarico, e cosa fare.
  • Sapere riconoscere il segnale di allarme diga (sirene specifiche, comunicazioni del gestore).
  • In caso di allarme: raggiungere immediatamente le zone alte previste dal Piano. Niente piani di emergenza familiari complicati: si va in alto e basta.

Ne abbiamo parlato anche nell’articolo Dighe e sicurezza, grandi opere.

Genzano e il rischio “bacino”

Genzano si trova accanto al Lago di Nemi e al Lago Albano, due laghi vulcanici naturali. Non sono “dighe” nel senso tecnico, ma il livello dei laghi è regolato dall’Emissario di Albano (galleria romana di drenaggio del lago Albano) e da quello di Nemi: opere idrauliche storiche di rilevanza idrogeologica.

Il rischio “ondata di piena” per un evento di rottura artificiale dei laghi vulcanici è considerato estremamente improbabile, ma rientra nelle valutazioni del Piano di Emergenza Comunale e del Piano Stralcio per l’Assetto Idrogeologico dell’Autorità di Bacino del Tevere. Per altri rischi del territorio vedi Rischi e Prevenzione.

In ricordo

Le 268 vittime della Val di Stava sono ricordate ogni 19 luglio in una cerimonia sobria a Tesero, alla presenza dei familiari, delle autorità e dei volontari di protezione civile. La Fondazione Stava 1985 ha realizzato un percorso museale che spiega tecnicamente e umanamente cosa è successo: l’Esposizione Permanente “Stava 1985”, accessibile gratuitamente, è un riferimento nelle attività didattiche scolastiche italiane sulla cultura della prevenzione.

Quarant’anni dopo, Stava è la lezione più dura della cultura del rischio in Italia. Ogni volta che qualcuno fa “manutenzione formale”, che una segnalazione di un cittadino o di un tecnico viene archiviata, che una pratica burocratica precede una verifica sostanziale — qualcuno sta scrivendo la prossima Stava. Il volontariato di protezione civile esiste anche per ricordarcelo.

Per approfondire (fonti istituzionali)

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