Sono passati quarantun anni. Erano le 12:22 di venerdì 19 luglio 1985. Una bella giornata estiva. La Val di Stava, in Trentino-Alto Adige, frazione del Comune di Tesero in provincia di Trento, era piena di villeggianti: alberghi al completo, campeggi, gente alle finestre.

A monte dell’abitato, a circa due chilometri di distanza e quasi cinquecento metri più in alto, c’erano due bacini di decantazione della miniera di Prestavel: vasche artificiali nelle quali da decenni si depositavano i fanghi di lavorazione della fluorite, un minerale usato in siderurgia e nella produzione dell’alluminio. Le vasche erano costruite con argini in terra ed acqua compattata, una soluzione tecnica già nota per essere fragile.
Alle 12:22 il bacino superiore cedette in modo improvviso. Il fango che conteneva — 180.000 metri cubi di una miscela di acqua, sabbia, limo e detriti di lavorazione — si riversò sul bacino inferiore, che a sua volta cedette. La massa fangosa, ora di volume enorme, scese a valle a una velocità superiore a 90 chilometri orari.
In cinque minuti, l’abitato di Stava non esisteva più. Tre alberghi furono spazzati via, decine di edifici residenziali distrutti, automobili schiacciate e trascinate, alberi divelti. Si contarono 268 vittime. Un ragazzino salvato da una finestra raccontò di aver sentito un rumore enorme e di non aver fatto in tempo a girarsi che era già finita.

Cosa è successo davvero
I bacini di decantazione della miniera di Prestavel erano in attività dal 1934, anno dell’avvio dell’estrazione di fluorite, e nei decenni successivi la loro capacità era stata ampliata più volte, alzando gli argini con materiale di risulta. Negli anni Settanta erano già stati segnalati problemi di stabilità: il bacino superiore mostrava cedimenti, infiltrazioni, anomalie.
Le denunce di abitanti e tecnici non furono ascoltate. I controlli, là dove esistevano, erano formali e infrequenti. La gestione della miniera era passata fra diverse società nei decenni e la responsabilità di ciascuna passaggio non era chiarissima.
Il giorno del disastro, secondo le perizie giudiziarie successive, una combinazione di fattori — acqua piovana accumulata nei giorni precedenti, drenaggi insufficienti, sovraccarico della vasca superiore — superò la soglia di tenuta dell’argine. Quando l’argine cedette, il fango precipitò sul bacino sottostante, che non poteva reggere il peso aggiuntivo. I due bacini si svuotarono insieme.
Il procedimento penale che ne seguì si concluse nel giugno 1992 con la condanna di dieci imputati per disastro colposo e omicidio colposo plurimo: gestori della miniera, tecnici, funzionari pubblici. Una sentenza pesante, ma che — come spesso accade in Italia in queste vicende — arrivò molti anni dopo i fatti.
La lezione: sicurezza dei bacini di decantazione
Stava è il più grave incidente industriale italiano dopo la guerra in termini di vittime. È inferiore solo al numero di morti del Vajont (1963), ma a differenza del Vajont — dove la causa fu una frana naturale ingovernabile — Stava era una tragedia evitabile. Era una conseguenza della gestione di un’opera industriale, non di un evento naturale imprevedibile.
Per questo Stava ha generato:
- L’inserimento delle dighe minerarie e dei bacini di decantazione nella normativa italiana sulle dighe (oggi disciplinata anche dall’Autorità di Bacino e da ISPRA).
- La revisione dei controlli sugli impianti minerari attivi e dismessi: oggi tutti i siti minerari italiani — anche quelli abbandonati — sono mappati e monitorati per fenomeni di instabilità.
- La Fondazione Stava 1985 onlus, che ha sede a Tesero e tiene memoria viva della tragedia attraverso un Centro di documentazione, un percorso museale e un’attività divulgativa nelle scuole. Riceve regolarmente classi da tutta Europa.
- L’inserimento del caso Stava nei corsi universitari di ingegneria geotecnica e mineraria come caso di studio internazionale di “rotture progressive” di argini in terra.
Cosa abbiamo costruito da allora
In Italia, per il rischio diga e bacino artificiale, oggi esistono:
- Il Servizio Nazionale Dighe del Ministero delle Infrastrutture, che vigila sulle dighe di rilevante interesse pubblico.
- Le Direttive del Servizio Nazionale di Protezione Civile sulle dighe (Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri dell'8 luglio 2014 e successive), che obbligano ogni gestore a predisporre piani di emergenza e scenari di onda di piena in caso di collasso.
- I Piani di Emergenza Diga (PED) — scenari operativi che ogni Comune a valle deve conoscere e integrare nel proprio Piano di Emergenza Comunale.
- Sistemi di monitoraggio strumentale continuo di pendii e bacini critici (estensimetri, pendole rovesce, sismografi, accelerometri, GPS).
A livello internazionale, il caso Stava è stato studiato dalla Commissione Internazionale Grandi Dighe (ICOLD) e ha contribuito agli aggiornamenti delle linee guida globali sui tailings dams (dighe di sterili minerari), una categoria responsabile di numerosi disastri anche recenti (Bento Rodrigues 2015 e Brumadinho 2019 in Brasile).
Cosa deve sapere il cittadino oggi
Per la maggior parte dei cittadini italiani, il rischio “diga” è invisibile. Eppure in Italia ci sono oltre 500 grandi dighe e migliaia di piccole opere idrauliche di valle. Per chi vive a valle di una diga, il riferimento è semplice:
- Conoscere il proprio Piano di Emergenza Comunale: indica se l’abitato è in zona di possibile ondata di piena per collasso o manovra di scarico, e cosa fare.
- Sapere riconoscere il segnale di allarme diga (sirene specifiche, comunicazioni del gestore).
- In caso di allarme: raggiungere immediatamente le zone alte previste dal Piano. Niente piani di emergenza familiari complicati: si va in alto e basta.
Ne abbiamo parlato anche nell’articolo Dighe e sicurezza, grandi opere.
Genzano e il rischio “bacino”
Genzano si trova accanto al Lago di Nemi e al Lago Albano, due laghi vulcanici naturali. Non sono “dighe” nel senso tecnico, ma il livello dei laghi è regolato dall’Emissario di Albano (galleria romana di drenaggio del lago Albano) e da quello di Nemi: opere idrauliche storiche di rilevanza idrogeologica.
Il rischio “ondata di piena” per un evento di rottura artificiale dei laghi vulcanici è considerato estremamente improbabile, ma rientra nelle valutazioni del Piano di Emergenza Comunale e del Piano Stralcio per l’Assetto Idrogeologico dell’Autorità di Bacino del Tevere. Per altri rischi del territorio vedi Rischi e Prevenzione.
In ricordo
Le 268 vittime della Val di Stava sono ricordate ogni 19 luglio in una cerimonia sobria a Tesero, alla presenza dei familiari, delle autorità e dei volontari di protezione civile. La Fondazione Stava 1985 ha realizzato un percorso museale che spiega tecnicamente e umanamente cosa è successo: l’Esposizione Permanente “Stava 1985”, accessibile gratuitamente, è un riferimento nelle attività didattiche scolastiche italiane sulla cultura della prevenzione.
Quarant’anni dopo, Stava è la lezione più dura della cultura del rischio in Italia. Ogni volta che qualcuno fa “manutenzione formale”, che una segnalazione di un cittadino o di un tecnico viene archiviata, che una pratica burocratica precede una verifica sostanziale — qualcuno sta scrivendo la prossima Stava. Il volontariato di protezione civile esiste anche per ricordarcelo.
Per approfondire (fonti istituzionali)
- Fondazione Stava 1985 onlus
- Vigili del Fuoco — Memoria storica: il disastro in Val di Stava
- CNR-IRPI Polaris — Il disastro di Stava
- Servizio Nazionale Dighe — Ministero delle Infrastrutture
- Direttiva PCM 8 luglio 2014 — Indirizzi operativi piani emergenza dighe
Approfondimenti dal nostro archivio
- Vajont, 63 anni: memoria e prevenzione
- Dighe e sicurezza, grandi opere
- Sarno 1998, frana e rischio idrogeologico




