C’è una regola che ogni soccorritore acquatico impara il primo giorno: chi soccorre non deve diventare la seconda vittima. Gran parte delle tecnologie nuove del salvataggio in acqua nasce proprio da qui: tenere il soccorritore fuori dall’acqua, o mandarci al suo posto una macchina. Ecco cosa sta cambiando — e cosa insegna anche a chi frequenta i nostri laghi.

La boa che nuota da sola

Una boa di salvataggio torpedo rossa in plastica, con maniglie laterali, cima bianca e tracolla nera, fotografata su un fondo blu.
La boa torpedo classica del soccorso acquatico: il bagnino la porta a nuoto fino alla persona in difficoltà. Le nuove boe a motore fanno lo stesso viaggio da sole, radiocomandate da riva. Foto: Alien65, CC BY 2.5, via Wikimedia Commons.

La novità più visibile — presente anche al REAS, il salone internazionale dell’emergenza di Montichiari — è la boa di salvataggio telecomandata. È un galleggiante a forma di U con due piccoli idrogetti elettrici, che il soccorritore guida da riva con un radiocomando. Raggiunge la persona in difficoltà fino a diverse centinaia di metri di distanza, molto più in fretta di un nuotatore. Chi sta annegando vi si aggrappa e viene riportato a riva, oppure resta sostenuto a galla in attesa dei soccorsi.

I vantaggi sono evidenti: nessun soccorritore in acqua nelle condizioni peggiori (correnti, acqua fredda, panico della vittima — che è uno dei pericoli maggiori per chi soccorre a nuoto) e tempi di intervento ridotti.

I droni: occhi in cielo e galleggianti sganciabili

Accanto alle boe lavorano i droni: quelli aerei individuano dall’alto la persona in difficoltà — che dalla riva spesso non si vede più — e possono sganciare un galleggiante autogonfiabile in attesa dei soccorritori. Quelli acquatici, invece, navigano in superficie come piccoli mezzi radiocomandati. In Italia ci lavorano anche realtà del volontariato: un drone acquatico è nato dalla collaborazione tra una sezione della Società Nazionale di Salvamento e un’azienda romana specializzata in tecnologie per il soccorso in acqua.

La sagoma rosa sulla spiaggia: l’innovazione più semplice

Una boa di salvataggio rosa acceso agganciata a un palo con un cartello verde di istruzioni che riporta i pittogrammi d'uso e l'indicazione di chiamare il 112; dietro, cielo azzurro e vegetazione di duna.
Una postazione di boa di salvataggio pubblica del programma sudafricano Pink Rescue Buoy: il cartello spiega l’uso e ricorda di chiamare prima i soccorsi — anche lì il numero è il 112. Foto: Brandonctnwiki, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Non tutta l’innovazione è elettronica. Una delle idee più efficaci degli ultimi anni è la boa di salvataggio pubblica: postazioni fisse su spiagge e rive, con un galleggiante dal colore acceso. Chiunque può staccarlo e lanciarlo a chi è in difficoltà, senza entrare in acqua. Il programma sudafricano delle Pink Rescue Buoys, nato dall’istituto nazionale di salvataggio NSRI, ha documentato decine di vite salvate così. È la stessa filosofia dei DAE nelle piazze: mettere lo strumento giusto dove serve, alla portata di tutti.

E ai nostri laghi?

Nemi e Albano non sono il mare: acque profonde a pochi metri dalla riva, temperatura che cala bruscamente, regole di balneazione precise. Le tecnologie che abbiamo raccontato stanno arrivando anche sulle acque interne, ma la catena della sopravvivenza resta quella di sempre:

  • chiama subito il 112 e indica un punto di riferimento preciso sulla riva;
  • non tuffarti a soccorrere: è l’errore che trasforma una vittima in due;
  • lancia qualcosa che galleggia (salvagente, pallone, tavoletta, una corda) restando a riva;
  • tieni d’occhio la persona e guida i soccorritori al punto esatto.

Il Gruppo Comunale non può essere attivato direttamente dai cittadini: interviene su richiesta della SOUP regionale, del Comune o della catena di comando della protezione civile. Per un’emergenza in corso il riferimento resta il 112.

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