Il 30 luglio 2025 un razzo indiano è partito da Sriharikota, sulla costa sud-orientale dell’India. A bordo c’era NISAR, il primo satellite costruito insieme dalla NASA e dall’agenzia spaziale indiana ISRO. Il nome sta per NASA-ISRO Synthetic Aperture Radar: un radar che osserva la Terra di giorno e di notte, anche attraverso le nuvole.

Dopo un anno di collaudi, il 20 luglio 2026 i suoi dati sono diventati pubblici. Sono gratuiti e coprono anche l’Italia. Per chi si occupa di frane, terremoti e terreni che si abbassano, è un nuovo occhio sul suolo. Con un limite da tenere presente: è uno strumento di ricerca e di monitoraggio, non un sistema che avvisa i cittadini.

Un radar con le onde lunghe

NISAR porta due radar. Quello in banda L, costruito dal Jet Propulsion Laboratory della NASA, usa onde lunghe circa 24 centimetri. Quello in banda S, costruito dall’ISRO, usa onde di circa 9 centimetri. Entrambi sfruttano un’antenna a ombrello di 12 metri, aperta in orbita a 747 chilometri di quota.

La differenza sta nella lunghezza d’onda. I radar europei Sentinel-1, di cui abbiamo parlato a giugno, lavorano in banda C, con onde di circa 5,6 centimetri. Le onde corte rimbalzano in buona parte sulle foglie. Quelle lunghe di NISAR attraversano in buona parte la chioma degli alberi e arrivano al terreno. Nei boschi, dove un’immagine ottica vede solo verde, il radar misura anche il suolo che sta sotto.

Per un territorio come i Castelli Romani, con versanti ripidi coperti di castagneti e macchia, non è un dettaglio. Le frane lente si muovono spesso proprio sotto la vegetazione.

Cosa misura, e ogni quanto

NISAR riprende tutte le terre emerse ogni 12 giorni, sia nei passaggi da sud a nord sia in quelli da nord a sud. In media, secondo la NASA, un punto viene rivisto circa ogni 6 giorni. La missione è progettata per durare almeno tre anni.

La tecnica è l’interferometria radar: si confrontano due immagini dello stesso luogo prese in momenti diversi. Se nel frattempo il terreno si è spostato, la differenza compare come una misura in centimetri. La NASA indica cambiamenti della superficie fino a un centimetro.

I campi di applicazione dichiarati dalla missione riguardano da vicino la protezione civile:

  • deformazioni del suolo dopo un terremoto;
  • frane e versanti instabili;
  • sollevamenti e abbassamenti del terreno nelle aree vulcaniche;
  • subsidenza, cioè il suolo che sprofonda lentamente;
  • zone umide e allagamenti;
  • umidità del suolo, utile per la siccità e per capire come il terreno reagirà alla pioggia.

Il primo test: il terremoto in Venezuela

Un esempio concreto viene dai primi mesi di osservazione. Il 24 giugno 2026 due forti scosse hanno colpito la costa del Venezuela, a circa un minuto l’una dall’altra. Ne abbiamo scritto nei giorni successivi, raccontando i soccorsi internazionali.

Confrontando le immagini radar di prima e di dopo il terremoto, la NASA ha ricostruito di quanto si è spostato il terreno lungo la faglia. Vicino a La Guaira lo spostamento verso ovest ha raggiunto i 60 centimetri.

Mappa della costa del Venezuela tra San Felipe e Caracas con lo spostamento orizzontale del suolo dopo i terremoti del 24 giugno 2026: in blu le aree spostate verso ovest, in giallo e rosso quelle spostate verso est, divise dalla linea tratteggiata della rottura di faglia. Sono segnati la scossa principale di magnitudo 7.5 e quella precedente di magnitudo 7.2. Nel riquadro ingrandito, tra Catia La Mar e La Guaira, la scritta indica uno spostamento verso ovest fino a 60 centimetri.
Lo spostamento del suolo dopo i terremoti del 24 giugno 2026 in Venezuela, calcolato dai dati radar NISAR acquisiti prima (13 e 18 giugno) e dopo le scosse (25 e 30 giugno): in blu il terreno spostato verso ovest, in giallo e rosso quello spostato verso est. Immagine: NASA Earth Observatory / Lauren Dauphin, pubblico dominio — via NASA Earthdata.

Mappe di questo tipo servono agli scienziati per capire quale faglia si è mossa e come. Non arrivano in tempo reale: si ottengono dopo i passaggi del satellite e l’elaborazione dei dati.

Cosa NISAR ancora non fa

Il rilascio di luglio è una versione provvisoria. I dati sono calibrati, ma la loro qualità è stata verificata solo su un numero limitato di siti nel mondo. Sono disponibili le osservazioni acquisite dal 17 giugno 2026 in poi; quelle più vecchie verranno aggiunte nei prossimi mesi. La NASA prevede di completare l’archivio entro la fine del 2026.

Anche i prodotti già pronti all’uso sono pochi. L’unico calcolato su tutto il pianeta è la mappa dell’umidità del suolo, con un dettaglio di 200 metri. Le altre mappe — deformazioni, danni, allagamenti, biomassa — per ora vengono prodotte solo in aree di prova. Chi vuole studiare una frana deve partire dai dati radar e fare l’elaborazione da sé.

Soprattutto, NISAR non è un sistema di allerta. Non manda avvisi e non prevede i terremoti. In Italia le allerte per frane, alluvioni e temporali le emette il sistema dei Centri funzionali, e per il nostro territorio fa fede il bollettino della Regione Lazio che trovi nella pagina Allerte meteo.

Un tassello in più accanto ai satelliti europei e italiani

NISAR si aggiunge a strumenti che la protezione civile usa già. I radar europei Sentinel-1 del programma Copernicus coprono il pianeta in modo regolare. I satelliti italiani COSMO-SkyMed dell’Agenzia Spaziale Italiana hanno fornito quattrocento immagini in ventiquattro ore durante la frana di Niscemi. La costellazione nazionale IRIDE sta entrando in servizio.

Ogni satellite ha la sua lunghezza d’onda, i suoi tempi di passaggio e il suo dettaglio. Usati insieme, danno a geologi e sismologi più misure dello stesso terreno. Il lavoro sul campo, però, resta quello: leggere i segnali, sorvegliare i versanti, avvisare in tempo.

Se noti crepe nuove nei muri, alberi o pali che si inclinano, terreno che si apre o cede, segnalalo. In caso di pericolo chiama il 112.

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