Abbiamo preparato un video di 14 minuti che racconta il terremoto dalla A alla Z. Comincia dal terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 e arriva fino a oggi. Poi taglia il terreno per mostrare le faglie, l’ipocentro e le onde sismiche. Apre un sismografo, spiega magnitudo e intensità e mette tre palazzi sulla stessa scossa. Chiude con la prevenzione e con che cosa fare durante e dopo una scossa.

Il video ha una voce che legge e i sottotitoli sempre visibili, così si capisce anche senza audio. È diviso in dodici capitoli, e il numero del capitolo resta sempre in alto. Tutto quello che dice è scritto anche in questa pagina.

Il terremoto dalla A alla Z, in dodici capitoli. Il rilievo è ricostruito dai dati altimetrici, con le altezze esagerate; sezioni del terreno, sismografo, palazzi e case sono schemi non in scala. Video: Gruppo Comunale Volontari di Protezione Civile di Genzano di Roma.

Un secolo di terremoti

Il 28 dicembre 1908, alle 5:20 del mattino, un terremoto di magnitudo stimata 7.1 colpisce lo Stretto di Messina. La terra trema per 30-40 secondi. A Messina, secondo le ricostruzioni, solo due case restano senza danni. Pochi minuti dopo arriva il maremoto: a Pellaro, vicino a Reggio Calabria, le onde arrivano a circa 13 metri. Le vittime sono circa 80.000: è una delle catastrofi più gravi della storia d’Italia.

Dalle macerie nascono, nel 1909, le prime norme antisismiche italiane, con il primo elenco dei territori dove applicarle. Da allora l’Italia ha continuato a tremare, e ogni terremoto ha lasciato una lezione.

I terremoti che hanno cambiato l'Italia

  • 1915, Marsica — magnitudo stimata 7.0 e oltre 30.000 morti. Avezzano viene rasa al suolo.
  • 1968, Belice — 296 morti, secondo il Dipartimento della Protezione Civile, e paesi cancellati. I soccorsi arrivano tardi e la ricostruzione dura decenni.
  • 1976, Friuli — 965 morti. La ricostruzione «dov’era, com’era», ma con le norme antisismiche, diventa un modello.
  • 1980, Irpinia — magnitudo 6.9 e 2.734 morti. Dopo i ritardi nei soccorsi nascono il Dipartimento della Protezione Civile, nel 1982, e il Servizio nazionale, nel 1992.
  • 1997, Umbria e Marche — ad Assisi crolla la volta della Basilica di San Francesco, mentre dentro si controllano i danni.
  • 2002, San Giuliano di Puglia — crolla la scuola elementare: muoiono 27 bambini e la loro maestra. Dal 2003 tutta l’Italia è classificata e nessun comune è più «non sismico».
  • 2009, L’Aquila — magnitudo 6.3 e 309 morti. Tra i volontari accorsi c’erano anche quelli di Genzano, a Fossa.
  • 2012, Emilia — due scosse in nove giorni e 28 vittime secondo il Dipartimento della Protezione Civile, diverse nei capannoni dove lavoravano. Molti scoprono che anche la pianura trema, ma per i sismologi l’area era già nota e studiata.
  • 2016, Centro Italia — il 24 agosto una scossa di magnitudo 6.0 fa 299 morti tra Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. Il 30 ottobre arriva la più forte, di magnitudo 6.5, vicino a Norcia. Crolla la Basilica di San Benedetto, ma non si registrano vittime. Secondo le cronache, dopo le scosse del 26 ottobre molte persone dormivano già fuori casa.
  • 2017, Ischia — basta una scossa di magnitudo 4.0, a soli 2 chilometri di profondità, per far crollare case e uccidere due persone.

E oggi? Nel 2025 l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha localizzato 15.759 terremoti in Italia e nelle zone vicine. Sono poco più di 43 al giorno.

Perché la terra trema

La parte esterna della Terra è divisa in grandi placche che si muovono. L’Italia sta tra la placca africana e quella euroasiatica, che si avvicinano di pochi millimetri all’anno. Lungo l’Appennino, invece, la crosta viene stirata e si spezza in blocchi separati da fratture: le faglie.

Le faglie

Le faglie sono di tre tipi, a seconda di come si muovono i blocchi:

  • nella faglia diretta, o normale, la crosta si allunga e un blocco scivola in basso rispetto all’altro;
  • nella faglia inversa la crosta si comprime e un blocco sale sopra l’altro;
  • nella faglia trascorrente i due blocchi scorrono di lato, uno accanto all’altro.

Per secoli i blocchi restano incastrati e la roccia si deforma piano piano, caricandosi di energia come una molla. Quando l’attrito non regge più, la faglia si rompe di colpo e i blocchi scattano: è il terremoto.

Nell’Appennino centrale le faglie sono soprattutto dirette. Il 30 ottobre 2016 la rottura arrivò fino in superficie. Lungo il Monte Vettore e il Monte Bove si aprì un gradino di circa 30 chilometri. In alcuni punti era alto più di 2 metri.

Ipocentro ed epicentro

Il punto sotto terra dove comincia la rottura si chiama ipocentro: a Norcia era a 9 chilometri di profondità. Il punto in superficie esattamente sopra è l’epicentro. Di solito lì lo scuotimento è più forte, e più ci si allontana più si attenua.

Conta anche la profondità. A Ischia l’ipocentro era a soli 2 chilometri: anche per questo una scossa debole ha fatto tanti danni.

Le onde sismiche

Dall’ipocentro l’energia parte in tutte le direzioni con le onde sismiche:

  • le onde P, primarie, arrivano per prime: comprimono e allungano la roccia, avanti e indietro, come una molla;
  • le onde S, secondarie, arrivano dopo e scuotono la roccia di traverso: le onde P sono quasi due volte più veloci;
  • in superficie nascono le onde superficiali, che fanno ondeggiare il terreno come il mare: sono le più lente e spesso le più distruttive.

Per questo si parla di scossa «sussultoria» o «ondulatoria»: non sono due terremoti diversi, ma onde diverse dello stesso terremoto.

Il sismografo

Le onde si registrano con il sismografo. Il principio è semplice: una massa pesante è appesa a un supporto fissato alla roccia. Quando il terreno si muove, il supporto si muove con lui, ma la massa, per inerzia, resta quasi ferma. Nei sismografi di una volta un pennino attaccato alla massa tracciava il movimento su un rullo di carta che girava: il sismogramma.

Ne servono tre: due per i movimenti orizzontali, nord-sud ed est-ovest, e uno per quello verticale. Oggi i sensori sono elettronici e digitali, e un ricevitore GPS dà l’ora esatta a ogni registrazione. I dati arrivano in tempo reale alla sala sismica dell’INGV, a Roma, aperta giorno e notte.

In Italia la Rete Sismica Nazionale dell’INGV ha circa 500 stazioni. Poi ci sono oltre 700 stazioni della Rete Accelerometrica Nazionale del Dipartimento della Protezione Civile, fatte per registrare le scosse più forti.

Sul sismogramma arrivano prima le onde P e poi le onde S. Più il terremoto è lontano, più tempo passa tra le due, e da quel ritardo si calcola la distanza. Con tre stazioni si tracciano tre cerchi: l’epicentro è il punto in cui si incontrano.

Magnitudo e intensità

Per dire quanto è forte un terremoto si usano due misure diverse.

La magnitudo misura l’energia liberata dalla faglia: è un solo numero per ogni terremoto. La prima scala la inventò Charles Richter nel 1935. Oggi, per i terremoti forti, si usa la magnitudo momento. Tiene conto di quanto è grande il pezzo di faglia che si è rotto e di quanto si sono spostati i blocchi. La scala è logaritmica: ogni punto in più vuol dire onde dieci volte più ampie sul sismogramma e circa 32 volte più energia. Un terremoto di magnitudo 6.5 libera circa mille volte l’energia di uno di magnitudo 4.5. Per i terremoti più antichi, quando gli strumenti erano pochi o non c’erano, la magnitudo si stima dagli effetti descritti nelle cronache.

L’intensità, invece, misura gli effetti: che cosa sentono le persone e che cosa succede agli edifici. In Italia si usa la scala Mercalli-Cancani-Sieberg, con dodici gradi: dal primo, avvertito solo dagli strumenti, al dodicesimo, la distruzione totale. Così ogni terremoto ha una sola magnitudo, ma tante intensità: più alte vicino all’epicentro, più basse lontano, e diverse secondo il terreno e gli edifici.

Anche tu puoi aiutare. Se senti una scossa, rispondi al questionario «Hai sentito il terremoto?» dell’INGV: le risposte servono a disegnare la mappa delle intensità.

Perché i palazzi ballano in modo diverso

Non tutti i palazzi ballano allo stesso modo. Ogni edificio ha un suo ritmo naturale di oscillazione: più è alto, più oscilla lentamente. Per una regola pratica, circa un decimo di secondo per ogni piano.

Nel video tre palazzi di altezze diverse stanno sulla stessa piattaforma. Se il terreno vibra veloce, come spesso accade vicino all’epicentro, a ballare di più è il palazzo basso. Quello alto quasi non si muove. Se invece il terreno ondeggia lento, come con i terremoti forti e lontani o sui terreni molli, succede il contrario. Il palazzo alto oscilla sempre di più e quello basso resta quasi fermo.

È la risonanza: quando il terreno ha lo stesso ritmo del palazzo, ogni spinta si somma alla precedente. Per questo chi progetta deve conoscere il terreno, e si fanno gli studi di microzonazione sismica.

Il rischio sismico

Il danno non dipende solo dalla scossa. Il rischio sismico nasce da tre cose: la pericolosità, cioè quanto può tremare la terra; la vulnerabilità, cioè quanto sono fragili gli edifici; l’esposizione, cioè quante persone e case ci sono. Per questo l’Italia è divisa in zone sismiche, dalla 1, la più pericolosa, alla 4. In tutte, chi costruisce deve rispettare le norme antisismiche. Per progettare, però, la zona non basta: dal 2009 l’accelerazione di riferimento si ricava dalle coordinate del luogo.

Il terremoto non si può prevedere: non esistono segnali premonitori affidabili. Ma i danni si possono ridurre, perché a ferire sono soprattutto i crolli e gli oggetti che cadono.

La prevenzione

La difesa più forte contro il terremoto si prepara prima: si chiama prevenzione.

Comincia dalle case. Un edificio antisismico è costruito per oscillare e deformarsi senza crollare. Così chi è dentro ha il tempo di mettersi in salvo. Ha fondazioni solide e travi e pilastri ben collegati, con staffe fitte nei punti dove si incontrano. Muri e solai sono legati tra loro, come una scatola. Nelle case in muratura si aggiungono cordoli e catene in acciaio, che tengono insieme i muri e impediscono che si aprano. Gli edifici più importanti, come ospedali e scuole, possono poggiare su isolatori. Sono grandi cuscinetti di gomma e acciaio: separano l’edificio dal terreno e assorbono gran parte della scossa.

Molte case italiane sono più vecchie delle norme di oggi. Con un tecnico si può capire quanto è sicura la propria e migliorarla, anche con gli incentivi del Sismabonus. Come per l’energia, anche per il terremoto una casa può avere una classe di rischio, dalla A+ alla G.

Poi c’è la casa dentro:

  • fissa alle pareti, con staffe e tasselli, armadi, librerie e scaffali;
  • metti in basso gli oggetti pesanti e non appendere quadri o mensole sopra il letto o il divano;
  • prepara il kit di emergenza;
  • individua i punti sicuri della casa, le vie di fuga e l’area di attesa più vicina;
  • compila il piano familiare con tutta la famiglia;
  • ogni tanto provate, in casa e a scuola, che cosa fare durante una scossa.

Il terremoto da noi

Genzano di Roma è in zona sismica 2B, a sismicità media. Il vulcano dei Colli Albani è quiescente, non spento: qui la terra trema soprattutto con sciami di scosse, di solito piccole ma a volte avvertite.

Secondo le stime della piattaforma SicuroPiù del Dipartimento della Protezione Civile, a Genzano solo un edificio su venti è molto vulnerabile. La pericolosità, però, è più alta di quella di circa due comuni italiani su tre: il nostro è un territorio sismico a tutti gli effetti. I numeri completi sono nella pagina Rischio sismico.

Che cosa fare durante e dopo la scossa

Durante la scossa:

  • non correre fuori;
  • abbassati, copriti sotto un tavolo robusto o vicino a un muro portante, e tieniti: proteggi testa e collo;
  • stai lontano da finestre e mobili alti, e non usare scale e ascensore;
  • all’aperto, allontanati da edifici, alberi, lampioni e fili elettrici.

Dopo la scossa:

  • controlla che chi è con te stia bene;
  • chiudi gas e luce ed esci con prudenza, con le scarpe ai piedi;
  • raggiungi l’area di attesa e non rientrare finché non lo dicono le autorità;
  • usa il telefono solo per le emergenze e segui le fonti ufficiali;
  • in emergenza chiama il 112.

Da Messina a Norcia, ogni terremoto ci ha insegnato qualcosa. A Norcia, dieci anni fa, le case vuote hanno fatto la differenza. Il terremoto non avvisa: prepariamoci prima.

Come è fatto il video

Il rilievo dello Stretto di Messina, dell’Italia, dell’Appennino centrale e dei Castelli Romani è quello vero, ricostruito dai dati altimetrici. Le altezze sono esagerate perché si legga meglio, e il video scrive di quanto. Sezioni del terreno, faglie, onde, sismografo, palazzi, case e figure sono invece schemi non in scala: servono a mostrare come funzionano le cose. Le tre palazzine sono una simulazione semplificata della risonanza, non il calcolo di edifici reali. Anche le zone sismiche sull’Italia sono uno schema, non la mappa ufficiale della classificazione.

I dati del terreno vengono dalle Mapzen Terrain Tiles, pubblicate su AWS Open Data, l’archivio di dati aperti di Amazon Web Services. Per l’Europa usano i dati EU-DEM, prodotti con dati e informazioni del programma Copernicus finanziato dall’Unione europea. L’attribuzione richiesta è questa: «produced using Copernicus data and information funded by the European Union - EU-DEM layers». Usano anche i dati SRTM e GMTED2010 dello U.S. Geological Survey ed ETOPO1 della NOAA, l’agenzia statunitense per gli oceani e l’atmosfera.

Posizioni delle stazioni: Rete Sismica Nazionale (rete IV) dell’INGV, elenco pubblico al 29 ottobre 2026.

Sagoma dell’Italia e terre emerse: Natural Earth (pubblico dominio).

I bilanci delle vittime sono quelli delle schede storiche del Dipartimento della Protezione Civile.

Musica: «Passage of Time», «Discovery», «Celestial», «Rise Above» e «Uprising» di Scott Buckley (scottbuckley.com.au) e «Floating Cities» di Kevin MacLeod (incompetech.com), con licenza CC BY 4.0, adattate per il video.

Dove trovi il video

Il video è anche nella pagina Rischio sismico. Nelle Risorse pronte puoi scaricarlo in verticale, pronto da condividere dal telefono.

Per approfondire

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Fonti istituzionali:

Le cronache: