Nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1966 l’Arno esondò ed entrò a Firenze. L’acqua, mista a fango e nafta, raggiunse circa cinque metri in alcune zone della città (4,92 m la quota segnata dalla targa di via dei Neri). Il bilancio ufficiale della Prefettura, reso noto nel 2006, conta 35 morti: 17 a Firenze e 18 nel resto della Toscana. Furono danneggiate o distrutte opere d’arte, libri antichi e archivi.

Foto storica in bianco e nero: una via del centro storico di Firenze completamente allagata, con l'acqua che arriva alle finestre dei piani bassi dei palazzi, e sullo sfondo la cupola del Duomo (Santa Maria del Fiore)
Una via del centro di Firenze sommersa dall’acqua il 4 novembre 1966, con la cupola del Duomo sullo sfondo. L’Arno tracima e sommerge la città. Migliaia di giovani — gli «angeli del fango» — accorrono da tutta Italia e dal mondo per salvare libri, opere d’arte e abitazioni. Tra gli organizzatori, gli scout fiorentini incaricati dal sindaco Bargellini. Public domain — via Wikimedia Commons. Fonte originale.

Una città sotto acqua e fango

L’Arno aveva esondato già altre volte, ma mai con quell’intensità. Le piogge eccezionali dei giorni precedenti avevano saturato il bacino. Quando la diga di Levane scaricò massicciamente l’acqua, il fiume non resse. Nelle prime ore della notte l’acqua cominciò a invadere il centro, con il rione di Santa Croce già allagato verso le quattro. Intorno alle nove raggiunse piazza del Duomo.

I monumenti della culla del Rinascimento furono in pericolo: il Crocifisso di Cimabue in Santa Croce, le porte del Battistero del Ghiberti, gli Uffizi, la Biblioteca Nazionale Centrale con migliaia di volumi sommersi.

Gli Angeli del fango

Nei giorni seguenti accadde qualcosa di nuovo nella storia italiana. Migliaia di giovani, soprattutto studenti universitari, arrivarono spontaneamente da tutto il Paese e dall’estero. Si organizzarono per liberare le strade dal fango, recuperare libri dalle biblioteche, asciugare opere d’arte negli scantinati.

Furono chiamati “Angeli del fango”. Non erano coordinati da nessuna istituzione. Non avevano formazione tecnica. Avevano un’idea civica: se Firenze chiama, si va. Gli Angeli del fango sono considerati il primo nucleo del volontariato moderno italiano, quella forma organizzata di partecipazione che negli anni successivi darà vita ai gruppi comunali di Protezione Civile come il nostro.

Cosa ci insegna oggi

L’alluvione di Firenze ha insegnato all’Italia tre cose ancora valide:

  1. Il volontariato è una risorsa strategica del Paese. Riconoscere, formare, equipaggiare i volontari è un investimento sulla sicurezza collettiva. Il Codice della Protezione Civile li include esplicitamente come componenti del Servizio Nazionale.

  2. Il patrimonio culturale è infrastruttura critica. Dopo il 1966 nacquero i protocolli per la salvaguardia di archivi, biblioteche, musei in caso di emergenza. Le Carte del rischio del Ministero della Cultura ne sono l’evoluzione.

  3. L’alluvione si previene a monte, non si combatte a valle. La gestione idraulica dei bacini, la manutenzione degli argini, la regolazione delle dighe sono misure strutturali che riducono il rischio molto più di qualsiasi soccorso emergenziale. Per questo il rischio idrogeologico è oggi una priorità nazionale (vedi Rischi e Prevenzione).

Genzano e gli Angeli del fango

Quando, nei decenni dopo Firenze, prese forma il sistema italiano di Protezione Civile, molti volontari della prima ora citavano l’esperienza degli Angeli come fonte di ispirazione. Anche il nostro Gruppo Comunale, nato all’inizio degli anni Ottanta, raccoglie quella stessa idea: cittadini che decidono di organizzarsi e formarsi per intervenire in tempo di pace e in tempo di emergenza.

Se vuoi continuare quella tradizione, scopri come diventare volontario.

Sul nostro sito

  • Rischio idrogeologico — Alluvioni, frane e piene improvvise: il rischio idrogeologico e come prepararsi sul nostro territorio.

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