Frane e alluvioni sono i fenomeni che in Italia causano più vittime e più danni tra i rischi naturali. Questa è la pagina «materia»: spiega che cosa significa “dissesto idrogeologico”, come nascono frane e alluvioni e perché riguardano da vicino i Castelli Romani. Per le istruzioni pratiche di autoprotezione vai alla pagina operativa Rischio idrogeologico: cosa fare.

Una guida divulgativa. Questa pagina spiega il rischio idrogeologico a scopo informativo, sulla base delle fonti di ISPRA, CNR, DPC e delle Autorità di Bacino. Il Gruppo Comunale Volontari di Protezione Civile di Genzano di Roma non parla a nome di questi enti né della Regione Lazio. In emergenza il riferimento resta sempre il numero unico 112 e i canali ufficiali.

Che cosa significa “idrogeologico”

La parola unisce due elementi: l’acqua (idro) e il terreno (geo). Il rischio idrogeologico raccoglie quindi i fenomeni in cui l’acqua mette in movimento o sommerge il suolo. Si divide in due grandi famiglie:

  • le frane, cioè il movimento di terra, roccia o detriti lungo un versante;
  • le alluvioni, cioè l’allagamento di un’area da parte di un corso d’acqua che esce dal suo letto o di acqua piovana che non riesce a defluire.

Le due cose spesso viaggiano insieme: una pioggia intensa e prolungata può far esondare un fosso e, allo stesso tempo, saturare un pendio fino a farlo scivolare. Per questo si parla di un unico dissesto idrogeologico.

I numeri italiani aiutano a capire la portata del problema. Secondo ISPRA, oltre nove comuni italiani su dieci hanno aree esposte a frane, alluvioni o erosione costiera. La popolazione che vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata è di 1.284.960 abitanti, pari al 2,2% del totale; il Lazio è tra le regioni più esposte, insieme a Campania, Toscana, Liguria, Sicilia ed Emilia-Romagna.

Fonte: ISPRA, Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio — Edizione 2024 (Rapporti 415/2025) e piattaforma IdroGEO.

Come si forma una frana

Una frana è il movimento verso il basso di una massa di roccia, terra o detriti, sotto la spinta della gravità. Perché avvenga servono due ingredienti: un versante già predisposto e un evento che fa da innesco.

I fattori predisponenti sono le condizioni di fondo che rendono fragile un pendio: il tipo di roccia o di terreno, la pendenza, la presenza di acqua nel sottosuolo, l’assenza di vegetazione che trattiene il suolo, fratture e cavità. Questi fattori cambiano lentamente e definiscono quanto un versante è “pronto” a muoversi.

I fattori innescanti sono gli eventi che fanno scattare il movimento in un momento preciso:

  • piogge intense o prolungate, che appesantiscono e lubrificano il terreno (è la causa più frequente);
  • terremoti, che scuotono e destabilizzano i versanti;
  • il disgelo rapido della neve;
  • l’azione dell’uomo, come scavi, disboscamenti o costruzioni che alterano l’equilibrio del pendio.

Le frane si distinguono anche per il modo in cui il terreno si muove. Le famiglie principali sono i crolli (massi che si staccano e precipitano), gli scivolamenti (una massa che slitta lungo una superficie), le colate (terra e detriti mescolati ad acqua che scorrono come un fluido, spesso molto rapide e pericolose) e i lenti movimenti di interi versanti che si deformano nel tempo. Le colate rapide di fango e detriti sono tra le più letali, perché arrivano senza preavviso e con grande forza: lo ha mostrato in modo drammatico la tragedia di Sarno e Quindici del 1998, che spinse l’Italia a dotarsi dei primi piani organici contro il dissesto.

Fonte: ISPRA e CNR-IRPI (Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica).

Come si forma un’alluvione

Un’alluvione nasce quando un corso d’acqua riceve più acqua di quanta ne possa contenere e straripa, oppure quando la pioggia cade così fitta che il terreno e le fognature non riescono ad assorbirla.

Ogni fiume raccoglie l’acqua di un’area chiamata bacino idrografico. Quando piove, l’acqua impiega un certo tempo a scorrere dai versanti fino al corso d’acqua principale: è il tempo di corrivazione. Se la pioggia è breve ma violentissima, o se il bacino è piccolo e ripido, questo tempo è brevissimo e la piena arriva in pochi minuti: sono le cosiddette piene improvvise (flash flood), particolarmente insidiose.

Negli ultimi decenni il rischio è aumentato per due ragioni che si sommano:

  • il cambiamento climatico, che rende le piogge più concentrate e intense;
  • il consumo di suolo, cioè l’urbanizzazione che impermeabilizza il terreno. L’asfalto e il cemento impediscono all’acqua di infiltrarsi, così defluisce tutta e in fretta verso fossi e tombini, che vanno in sovraccarico.

A questo si aggiunge la tombinatura di molti fossi storici: corsi d’acqua coperti e dimenticati che, durante un nubifragio, tornano a riempirsi e allagano strade e scantinati. Per questo gli allagamenti colpiscono oggi anche aree lontane dai fiumi, in pieno contesto urbano: ne parliamo nella scheda Allagamenti urbani: cosa fare quando l’acqua entra in casa. L’evento dell’Emilia-Romagna del maggio 2023 ha mostrato che cosa può accadere quando piogge eccezionali incontrano un territorio fragile.

Fonte: ISPRA e Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale.

Il dissesto nei Castelli Romani

I Castelli Romani sorgono su un apparato vulcanico quiescente, il Vulcano Laziale. È una storia che spieghiamo nella pagina Il vulcanismo dei Colli Albani, ma che conta anche per il rischio idrogeologico: i terreni di origine vulcanica sono in larga parte piroclastici, cioè formati da ceneri, lapilli e tufi poco coerenti, facili da erodere e da mobilitare quando si imbevono d’acqua.

Il paesaggio dei Castelli è fatto di versanti ripidi: i bordi degli antichi crateri, oggi occupati dai laghi di Albano e di Nemi, e le pareti dei valloni che incidono i pendii. Sono proprio questi i punti dove le frane si concentrano. Lo abbiamo visto con la frana del costone di Nemi, che ha imposto la chiusura di una strada. Il quadro complessivo dei movimenti del terreno nella nostra zona è descritto nella scheda Frane e movimenti del terreno ai Castelli Romani.

Sul fronte delle acque, il territorio di Genzano di Roma ha le sue zone basse e i suoi fossi, che durante le piogge intense possono allagarsi. La combinazione di terreni fragili, versanti acclivi e piogge sempre più concentrate rende la prevenzione il vero strumento di difesa: conoscere le aree esposte, mantenere puliti tombini e caditoie, rispettare le allerte.

Fonte: nostre schede sul dissesto ai Castelli Romani; ISPRA (piattaforma IdroGEO).

Gli strumenti: PAI, allerta e monitoraggio

L’Italia si è dotata di strumenti precisi per conoscere e governare il dissesto. Tre meritano di essere conosciuti.

Il Piano di Assetto Idrogeologico (PAI). È il documento che mappa le aree esposte a pericolosità da frana e da alluvione e ne regola l’uso del suolo: dove non si può costruire, dove servono vincoli, dove intervenire con opere di difesa. Nasce dopo la tragedia di Sarno, con il decreto-legge 180 del 1998 (il “Decreto Sarno”) convertito nella legge 267 del 1998, ed è oggi inquadrato dal decreto legislativo 152 del 2006 (articolo 55). I PAI sono redatti dalle Autorità di Bacino Distrettuali: per il Lazio è competente l’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale.

Il Piano di Gestione del Rischio di Alluvioni (PGRA). Recepisce la Direttiva europea Alluvioni (2007/60/CE) attraverso il decreto legislativo 49 del 2010. Aggiorna le mappe del rischio e definisce le misure di prevenzione e protezione, e viene rivisto ogni sei anni.

L’allertamento. Mentre i terremoti non si possono prevedere, le piene e gli allagamenti spesso sì, almeno con qualche ora di anticipo. Il Centro Funzionale Regionale del Lazio emette ogni giorno i bollettini di criticità idrogeologica (frane e allagamenti diffusi) e idraulica (piene dei fiumi maggiori), con i quattro codici colore — verde, giallo, arancione, rosso. Il sistema poggia su reti di monitoraggio (pluviometri e idrometri) che misurano in tempo reale pioggia e livello dei corsi d’acqua, confrontandoli con soglie di attenzione. Tutto questo lo trovi aggiornato nella pagina Allerte meteo e nel Cruscotto del territorio.

Fonte: Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale; DPC; Centro Funzionale Regionale Lazio.

Cosa fa la protezione civile

Il rischio idrogeologico è quello su cui il Servizio Nazionale lavora di più in chiave previsionale, perché qui l’anticipo è possibile. Le quattro fasi del ciclo del rischio si vedono tutte:

  • nella previsione, con i bollettini di criticità del Centro Funzionale;
  • nella prevenzione, con i piani (PAI, PGRA), la manutenzione dei corsi d’acqua e l’informazione alla popolazione;
  • nella gestione dell’emergenza, con il presidio territoriale dei punti critici, l’assistenza alla popolazione e il supporto ai Vigili del Fuoco;
  • nel superamento, con la conta dei danni e il ritorno alla normalità.

Il volontariato di protezione civile, come il nostro Gruppo, contribuisce soprattutto al monitoraggio dei punti critici, all’informazione e all’assistenza alle persone fragili, sempre sotto il coordinamento del Comune e in collegamento con il 112. Non sostituisce i tecnici né le Forze dell’Ordine: affianca il sistema con compiti di supporto.

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Per approfondire — fonti istituzionali