I terremoti sono tra i rischi naturali più studiati e, allo stesso tempo, tra i meno prevedibili. Questa è la pagina «materia»: spiega che cos’è un terremoto, come si misura e perché riguarda anche il nostro territorio. Per le istruzioni pratiche di autoprotezione durante e dopo una scossa vai alla pagina operativa Rischio sismico: cosa fare.

Una guida divulgativa. Questa pagina spiega il rischio sismico a scopo informativo, sulla base delle fonti di INGV, DPC e CNR. Il Gruppo Comunale Volontari di Protezione Civile di Genzano di Roma non parla a nome di questi enti né della Regione Lazio. In emergenza il riferimento resta sempre il numero unico 112 e i canali ufficiali.

Che cos’è un terremoto

Un terremoto è una vibrazione del terreno provocata dal rilascio improvviso di energia all’interno della Terra. Le rocce della crosta accumulano sforzo per anni o secoli; quando la resistenza viene superata, si rompono lungo una faglia e l’energia si libera sotto forma di onde sismiche che si propagano in tutte le direzioni.

Il punto in profondità dove la rottura ha origine si chiama ipocentro; la sua proiezione sulla superficie è l’epicentro, cioè il luogo dove di solito gli effetti sono più forti. La maggior parte dei terremoti italiani nasce da faglie legate alla lenta collisione tra la placca africana e quella euroasiatica, che modella l’Appennino.

Esiste anche una sismicità di origine vulcanica, tipica delle aree con vulcani attivi o quiescenti: è il caso dei Colli Albani, di cui parliamo nella pagina Il vulcanismo dei Colli Albani.

Come si misura: magnitudo e intensità

Due parole vengono spesso confuse, ma misurano cose diverse.

  • La magnitudo misura l’energia liberata alla sorgente. È un valore unico per ogni terremoto e si calcola dai sismogrammi. Oggi si usa la magnitudo momento (Mw), che descrive bene anche i terremoti più forti. Cresce in modo esponenziale: un’unità in più corrisponde a un’energia molte volte maggiore.
  • L’intensità misura gli effetti in un luogo specifico (sulle persone, sugli edifici, sull’ambiente) e si esprime con scale macrosismiche come la Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS) o la European Macroseismic Scale (EMS-98). Lo stesso terremoto ha quindi intensità diverse da paese a paese: alta vicino all’epicentro, decrescente allontanandosi.

Per questo due terremoti di pari magnitudo possono produrre danni molto diversi: dipende da quanto sono profondi, da com’è fatto il terreno e da quanto sono vulnerabili gli edifici. È la stessa logica del modello del rischio R = Pericolosità × Vulnerabilità × Esposizione, spiegato nella pagina Le quattro fasi.

La pericolosità sismica in Italia

L’Italia è un Paese a sismicità medio-alta: lo dicono sia la storia sia gli studi scientifici. La conoscenza di dove i terremoti sono più probabili e più forti è riassunta nella mappa di pericolosità sismica nazionale elaborata dall’INGV, che esprime quanto forte può essere lo scuotimento atteso in un certo intervallo di tempo.

Questa mappa è la base tecnica su cui poggiano la classificazione sismica del territorio e le norme per le costruzioni. Non dice quando avverrà un terremoto — quello non è prevedibile — ma quanto il suolo può essere sollecitato, informazione essenziale per costruire in sicurezza.

Fonte: INGV, Mappa di pericolosità sismica e Zone sismiche.

La classificazione sismica e le quattro zone

Sulla base della pericolosità, il territorio italiano è suddiviso in quattro zone sismiche. La classificazione moderna nasce con l’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3274 del 2003, che dopo il terremoto di San Giuliano di Puglia (2002) ha riclassificato tutti i comuni italiani, ed è collegata alle norme tecniche per le costruzioni (DM 14 gennaio 2008 e NTC 2018):

ZonaPericolositàEsempi nel Lazio
1Alta (accelerazione attesa oltre 0,25 g)parte del Reatino
2AMedia-altaalcune aree dell’Appennino
2BMediaCastelli Romani, area romana orientale
3A / 3BBassa-mediaaree pianeggianti e costiere
4Bassapoche aree

Genzano di Roma, come la maggior parte dei Castelli Romani, è classificata in zona 2B: non la classe più alta d’Italia (la 1), ma nemmeno trascurabile. La classificazione tiene conto dell’origine vulcanica del territorio, di una sismicità storica documentata (con terremoti di magnitudo anche intorno a 5.0 nel passato) e della vulnerabilità del patrimonio edilizio storico. Il terremoto più recente di un certo rilievo nell’area risale al 2 febbraio 1975, con epicentro in zona Villa Senni e magnitudo intorno a 3.8.

In zona 2B le norme impongono la progettazione antisismica per i nuovi edifici e l’adeguamento o il miglioramento per scuole, ospedali e opere strategiche.

Fonte: INGV (dati di sismicità); nostra scheda Sismicità dei Castelli Romani: perché siamo in zona 2B.

La microzonazione sismica: il rischio strada per strada

Il rischio sismico non è uniforme su tutto un territorio: cambia anche da strada a strada, in base al tipo di terreno, alla pendenza e alla presenza di cavità. Lo strumento che mette in evidenza queste differenze è la microzonazione sismica (MS).

La MS descrive a scala di dettaglio come un terreno risponde a una scossa, e individua gli effetti locali:

  • amplificazione — i terreni «morbidi» amplificano lo scuotimento rispetto alla roccia;
  • instabilità dei versanti — pendii che possono franare a seguito del sisma;
  • liquefazione — sabbie sature che perdono consistenza (fenomeno raro nei Castelli);
  • cedimenti su cavità — crolli di cunicoli o grotte sotterranee, possibili nei Castelli per la natura vulcanica del sottosuolo.

La microzonazione è regolata dagli Indirizzi e Criteri del Dipartimento della Protezione Civile e coordinata a livello nazionale dal Centro per la Microzonazione Sismica del CNR. Si articola in tre livelli di approfondimento progressivo e confluisce nel Piano comunale di protezione civile, che la usa per scegliere aree di attesa sicure e vie di evacuazione su strade a basso rischio di collasso.

Fonte: DPC e CNR; nostra scheda Microzonazione sismica dei Castelli Romani.

Prevedere i terremoti si può? No, prepararsi sì

Allo stato attuale delle conoscenze non è possibile prevedere un terremoto, cioè dire in anticipo giorno, luogo e magnitudo esatti. La scienza può però stimare dove e quanto forte è probabile che si verifichino scosse nel lungo periodo: è la pericolosità sismica.

Questo sposta tutto il peso sulla prevenzione: costruire e adeguare gli edifici secondo le norme antisismiche, conoscere il proprio territorio, preparare il piano di emergenza familiare. La difesa dai terremoti non è l’allarme dell’ultimo minuto, ma il lavoro fatto prima. Per questo parlare di rischio sismico non significa vivere nell’ansia, ma convivere con il rischio in modo informato.

Cosa fa la protezione civile per il rischio sismico

Poiché non esiste un’allerta sismica come quella meteo, il Servizio Nazionale lavora soprattutto sulla sorveglianza e sulla prevenzione. L’INGV monitora la sismicità del territorio 24 ore su 24; il Dipartimento e le Regioni curano la pianificazione, la classificazione e le campagne informative.

Quando una scossa significativa colpisce un’area, il sistema attiva il soccorso e, nella fase successiva, le verifiche di agibilità degli edifici. Il volontariato di protezione civile supporta la popolazione nelle aree di attesa, collabora con i Vigili del Fuoco e cura l’informazione, ma non sostituisce i tecnici abilitati nelle valutazioni di agibilità (le schede AeDES sono compilate da professionisti formati: ne parliamo nella pagina Superamento dell’emergenza).

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Per approfondire — fonti istituzionali