Chi comanda durante un’emergenza? Per molto tempo la risposta italiana è stata: il centro, cioè lo Stato che arriva da fuori con i suoi apparati. Oggi la risposta è diversa: nessun nodo comanda tutto. La protezione civile italiana è una rete di livelli — Comune, Regione, Stato — dove ogni anello fa la sua parte e i livelli superiori intervengono a sostegno di quelli inferiori, senza scavalcarli. Questa pagina «materia» racconta come si è passati dalla piramide alla rete, e perché una rete regge meglio.

Una guida divulgativa. Questa pagina spiega l'evoluzione della governance dell'emergenza a scopo informativo, sulla base della normativa consultabile su Normattiva e delle fonti del Dipartimento della Protezione Civile. Il Gruppo Comunale Volontari di Protezione Civile di Genzano di Roma non parla a nome di questi enti. In emergenza il riferimento resta sempre il numero unico 112.

La piramide: lo Stato che arriva da fuori

Per gran parte del Novecento lo Stato italiano ha affrontato i disastri dopo che erano avvenuti, con un modello centrato sul soccorso urgente gestito dall’alto. La prima legge organica sul soccorso, la legge n. 996 del 1970, disciplinava l’assistenza alle popolazioni colpite ma restava dentro quella logica: l’emergenza come parentesi, la risposta come intervento calato dal centro.

I limiti di questo modello emersero a ogni grande catastrofe: dal Vajont (1963) all’alluvione di Firenze (1966), fino al terremoto dell’Irpinia (1980), quando i ritardi dei soccorsi furono denunciati pubblicamente dal Presidente Pertini. Fu l’esperienza di Giuseppe Zamberletti — commissario in Friuli nel 1976 — a indicare la strada nuova: centri di coordinamento vicino ai luoghi colpiti e collaborazione con Regione, Comuni e volontariato locale. Raccontiamo questo percorso nella Storia della protezione civile italiana.

La svolta: un Servizio, non un corpo

La legge n. 225 del 24 febbraio 1992 compie il salto: istituisce il Servizio Nazionale della Protezione Civile. La parola «Servizio» è la chiave. Non nasce un nuovo corpo dello Stato con una catena di comando unica: nasce un sistema che mette insieme Stato, Regioni, Comuni, strutture operative (Vigili del Fuoco, Forze Armate, Forze dell’Ordine, sanità) e volontariato.

La legge affida un ruolo centrale a Regioni ed enti locali: la risposta parte dal livello più vicino al cittadino — il Comune — e sale solo se l’evento lo richiede. È il principio di sussidiarietà, che nel 2001 entra anche in Costituzione: la riforma del Titolo V (legge costituzionale n. 3 del 2001) lo scrive nell’articolo 118 e rende la protezione civile materia di legislazione concorrente tra Stato e Regioni. Da quel momento ogni Regione si organizza con un proprio sistema, dentro la cornice nazionale.

Fonte: legge n. 225 del 24 febbraio 1992 (DPC); Costituzione, art. 118.

La rete oggi: chi fa cosa

Il quadro vigente è il Codice della protezione civile (decreto legislativo n. 1 del 2 gennaio 2018), che riordina tutto in un testo unico. La rete ha tre livelli:

LivelloChiRuolo essenziale
ComunaleSindaco, Comune, Centro Operativo Comunale (COC)Prima risposta, informazione e assistenza alla popolazione
RegionaleRegione, Sala Operativa, Centro Funzionale, colonne mobiliCoordinamento di area vasta, allertamento, risorse regionali
NazionaleDipartimento della Protezione CivileIndirizzo e coordinamento delle emergenze di rilievo nazionale

Il primo responsabile della protezione civile sul territorio è il Sindaco: l’articolo 12 del Codice stabilisce che la pianificazione di protezione civile e la direzione dei primi soccorsi in ambito comunale sono funzione fondamentale dei Comuni. Il Sindaco attiva il COC, informa la popolazione e, quando l’evento supera i mezzi del Comune, chiede l’intervento della Regione e del Prefetto.

La scala corrisponde alla classificazione degli eventi dell’articolo 7 del Codice: eventi gestibili dal singolo ente con risorse ordinarie (tipo a), eventi che richiedono il coordinamento di più enti (tipo b), emergenze di rilievo nazionale che richiedono mezzi e poteri straordinari (tipo c). Per queste ultime il Dipartimento può attivare sul posto la DiComaC, la Direzione di Comando e Controllo: descriviamo l’intera catena — COC, COM, CCS, DiComaC — nella pagina sul modello di intervento.

Anche il cittadino è un nodo della rete, non uno spettatore: l’articolo 31 del Codice gli riconosce il diritto di essere informato sui rischi del proprio territorio e il dovere di seguire le disposizioni delle autorità in emergenza. E il volontariato organizzato — come il nostro Gruppo Comunale, che opera a supporto del Sindaco e non si attiva da solo — è componente a pieno titolo del Servizio Nazionale (Capo V del Codice), non un ausiliario esterno.

Dal comando al coordinamento: due direttive a confronto

Il cambio di paradigma si legge bene confrontando due documenti, a venticinque anni di distanza.

La direttiva del luglio 1996 sull’attività preparatoria e le procedure d’intervento (Pubblicazione n. 42 del Dipartimento) usava un linguaggio di comando: «il destinatario deve», «l’ente competente provvede». Era un documento pionieristico, ma pensato come una catena di ordini che scende dall’alto.

La Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 30 aprile 2021, oggi vigente, ribalta l’impostazione: la pianificazione di protezione civile è una «attività di sistema» che le amministrazioni ai diversi livelli svolgono congiuntamente, secondo i principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza. Non cambia solo la forma: cambia la filosofia. Il sistema si riconosce come rete, non come piramide.

Il confronto completo, articolo per articolo, è nella nostra pagina Come sono evolute le procedure di emergenza: dalla direttiva 1996 alla direttiva 2021.

Fonte: Direttiva PCM 30 aprile 2021 (DPC); Gazzetta Ufficiale n. 160 del 6 luglio 2021.

Perché una rete regge meglio di una piramide

Non è una preferenza ideologica: è una questione di funzionamento sotto stress. Tre ragioni concrete.

Prossimità. Il Sindaco conosce il territorio: sa quali strade si allagano, dove vivono le persone fragili, quali sono le aree di attesa. Una decisione presa a chilometri di distanza non ha queste informazioni. La rete mette la prima decisione dove c’è la prima conoscenza.

Velocità locale. Nei primi minuti di un’emergenza il livello nazionale non è ancora arrivato, per forza di cose. Il COC comunale, i volontari del posto e i soccorsi ordinari attivati dal 112 ci sono già. Una piramide che aspetta ordini dal vertice perde proprio i minuti che contano di più.

Ridondanza. In una piramide, se il vertice è sopraffatto si ferma tutto. In una rete, se un nodo va in difficoltà gli altri lo sostengono: è il meccanismo delle colonne mobili regionali, con cui le Regioni inviano volontari e mezzi nelle zone colpite di altre Regioni, coordinate dal sistema nazionale. È successo, ad esempio, con l’alluvione dell’Emilia-Romagna del maggio 2023, che raccontiamo nel dossier Due scuole di soccorso — un confronto con il modello federale statunitense, più centrato sullo Stato.

La rete non significa assenza di guida. Dentro ogni centro di coordinamento il lavoro è organizzato per funzioni di supporto secondo il Metodo Augustus (introdotto nel 1997): ogni funzione ha un responsabile e chiunque arrivi al tavolo sa «chi fa cosa». Il coordinamento sostituisce il comando gerarchico, non l’organizzazione.

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Per approfondire — fonti istituzionali