La protezione civile lavora lungo un ciclo. Prima di un evento studia e prepara; durante l’evento interviene; dopo l’evento accompagna il ritorno alla normalità. Questo ciclo è organizzato dal Codice in quattro attività, che chiamiamo qui «le quattro fasi».

Una guida divulgativa. Questa pagina spiega il ciclo del rischio a scopo informativo. Il Gruppo Comunale Volontari di Protezione Civile di Genzano di Roma non parla a nome del Dipartimento della Protezione Civile né della Regione Lazio. In emergenza il riferimento resta sempre il numero unico 112 e i canali ufficiali.

Le quattro attività del Codice

L’articolo 2 del Codice della protezione civile (decreto legislativo n. 1 del 2 gennaio 2018) definisce le attività di protezione civile come quelle «volte alla previsione, prevenzione e mitigazione dei rischi, alla gestione delle emergenze e al loro superamento».

Nel linguaggio storico, ereditato dalla legge n. 225 del 1992, le quattro fasi erano spesso indicate come previsione, prevenzione, soccorso e superamento dell’emergenza. Il Codice del 2018 ha ampliato il terzo punto da «soccorso» a «gestione delle emergenze»: il soccorso resta il cuore, ma il concetto include anche l’assistenza alla popolazione e l’informazione durante l’evento. In questo sito usiamo entrambe le formule per chiarezza.

Fonte: art. 2 del D.Lgs. 1/2018, testo vigente su Normattiva.

FaseQuandoDomanda a cui risponde
PrevisionePrima dell’eventoCosa può accadere, dove e quando?
PrevenzionePrima dell’eventoCome riduco i danni in anticipo?
Soccorso e gestioneDurante l’eventoCome intervengo adesso?
SuperamentoDopo l’eventoCome torno alla normalità?

Il modello del rischio: la cornice di tutto

Tutte e quattro le fasi ruotano attorno a un’idea semplice. Il rischio non è solo «quanto è forte un fenomeno»: è la combinazione di tre fattori.

Si descrive spesso con una formula concettuale:

R = P × V × E

Rischio = Pericolosità × Vulnerabilità × Esposizione

  • Pericolosità (P) — la probabilità che un fenomeno di una certa intensità accada in un’area in un certo tempo. Esempio: la frequenza e la forza dei terremoti attesi nei Castelli Romani.
  • Vulnerabilità (V) — quanto le persone, gli edifici e le infrastrutture sono fragili di fronte a quel fenomeno. Una casa antisismica ha una vulnerabilità più bassa.
  • Esposizione (E) — quante persone e quanti beni si trovano nell’area colpita. Una piazza affollata è più esposta di un campo vuoto.

La formula non serve a fare un calcolo esatto, ma a ragionare: per ridurre il rischio si può agire su ciascun fattore. Non possiamo spegnere un terremoto (pericolosità), ma possiamo rendere gli edifici più sicuri (vulnerabilità) e organizzare meglio le persone (esposizione).

Ecco come le quattro fasi si collegano al modello:

  • La previsione studia soprattutto la pericolosità (e in parte l’esposizione).
  • La prevenzione riduce vulnerabilità ed esposizione.
  • Il soccorso limita i danni alle persone esposte quando l’evento è in corso.
  • Il superamento ricostruisce riducendo la vulnerabilità futura («ricostruire meglio»).

Questo modo di scomporre il rischio in pericolosità, vulnerabilità ed esposizione è la base della valutazione del rischio adottata dalle istituzioni tecniche italiane e internazionali (ISPRA, Dipartimento della Protezione Civile, Quadro di Sendai delle Nazioni Unite).

Le quattro fasi, una per una

Approfondisci ciascuna fase nelle pagine dedicate:

Approfondimenti sul nostro sito