Il ciclo delle quattro attività è il modo in cui la legge — e questo stesso sito — racconta la protezione civile. È un modello giusto e prezioso. Ma come tutti i modelli, semplifica. Questa pagina prende sul serio le sue semplificazioni e propone tre estensioni: le fasi appartengono anche alle persone, la memoria è un’attività a pieno titolo, e lo stato di un territorio è una matrice, non una fase sola.

Una guida divulgativa. Questa pagina propone una riflessione sul modello delle fasi a scopo informativo ed educativo, sulla base della normativa vigente e della letteratura scientifica citata. Il Gruppo Comunale Volontari di Protezione Civile di Genzano di Roma non parla a nome del Dipartimento della Protezione Civile né della Regione Lazio. In emergenza il riferimento resta sempre il numero unico 112 e i canali ufficiali.

Il modello classico: le quattro attività

Il Codice della protezione civile (decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1), all’articolo 2, organizza il lavoro del Servizio Nazionale in quattro attività: la previsione, cioè l’identificazione e lo studio degli scenari di rischio possibili; la prevenzione e mitigazione dei rischi, cioè tutto ciò che riduce la probabilità o le conseguenze di un evento; la gestione delle emergenze, cioè il soccorso e l’assistenza alla popolazione quando l’evento accade; il superamento delle emergenze, cioè il ritorno alle normali condizioni di vita.

Queste quattro attività vengono spesso rappresentate come un ciclo: si prevede, si previene, si gestisce, si supera; e dal superamento si torna a prevedere, avendo imparato qualcosa. È un’immagine efficace e didatticamente preziosa. Comunica che la protezione civile non è solo la sirena e la divisa, ma un lavoro continuo che si svolge soprattutto quando non succede niente. Le quattro fasi sono spiegate una per una nella pagina dedicata.

Ma come tutte le immagini efficaci, il ciclo semplifica. E vale la pena capire dove semplifica troppo.

I limiti del ciclo

La critica al modello a fasi non è nuova. Già negli anni Novanta la ricerca sui disastri — in particolare David M. Neal, in Reconsidering the Phases of Disaster (1997) — osservava che le fasi, nella realtà, non sono sequenziali né separate: si sovrappongono, hanno confini sfumati, e persone diverse le vivono in momenti diversi. Il Quadro di Sendai delle Nazioni Unite (2015-2030) ha poi spostato l’asse dell’intera disciplina: dall’idea di gestire i disastri all’idea di gestire il rischio, che esiste sempre, anche quando il disastro non c’è.

Il ciclo, però, resta il modo dominante di raccontare la protezione civile al cittadino. E porta con sé tre semplificazioni che è utile smontare una per una.

Prima semplificazione: il ciclo è uno solo. Nella rappresentazione classica il territorio si trova “in una fase”. Ma in quale? Un Comune può trovarsi contemporaneamente in prevenzione per il rischio sismico, in previsione per un’allerta meteo in arrivo domani, e in superamento per un evento accaduto il mese scorso. Non esiste un solo ciclo: esiste un ciclo per ciascun rischio, e girano a velocità diverse.

Seconda semplificazione: le fasi sono del territorio. In realtà sono anche — e forse soprattutto — delle persone. Un turista arrivato ieri non sa dove sono le aree di attesa: rispetto al rischio sismico è in una “fase zero” personale, anche se il Comune lavora alla prevenzione da decenni. Un caregiver che assiste una persona non autosufficiente vive in uno stato di preparazione permanente che il ciclo non descrive. Uno studente che ha appena fatto una prova di evacuazione a scuola è più avanti di molti adulti.

Terza semplificazione: il ciclo si chiude da solo. Tra il superamento di un’emergenza e la previsione della successiva, il modello dà per scontato che l’esperienza si trasmetta. L’esperienza storica dice il contrario: la memoria del rischio si perde nel giro di poche generazioni, e chi ricostruisce spesso dimentica perché ha ricostruito. Un anello del ciclo manca all’appello.

Prima estensione: le fasi delle persone

Se le fasi appartengono anche alle persone, allora il compito del sistema non è “attraversare le fasi”, ma spostare la popolazione verso stati di preparazione più alti. In ogni istante, sullo stesso territorio, convivono persone che non sanno nulla, persone che sanno cosa fare, persone addestrate a farlo. La protezione civile efficace è quella che riduce la prima categoria e allarga le altre due. È un lavoro che non ha stagioni, perché la popolazione cambia continuamente: si nasce, si arriva, si invecchia, si dimentica.

Questa è la ragione per cui l’informazione preventiva non può essere un opuscolo uguale per tutti. Persone in stati diversi hanno bisogno di ingressi diversi: chi arriva da fuori ha bisogno dell’essenziale in una lingua che capisce; chi assiste una persona fragile ha bisogno di strumenti specifici; chi insegna ha bisogno di materiali per moltiplicare la preparazione nei più giovani. Non è un servizio in più: è la conseguenza diretta di aver capito che le fasi sono delle persone.

Seconda estensione: la memoria come quinta attività

Tra il superamento e la previsione c’è un’attività senza la quale il ciclo non si chiude: la trasmissione della memoria. Il Codice non la ignora: l’articolo 2, comma 5 colloca la diffusione della conoscenza e della cultura della protezione civile dentro la prevenzione non strutturale, insieme all’informazione alla popolazione e alle esercitazioni. Ma non la nomina come attività autonoma, con un nome e una dignità pari alle altre quattro. Qui proponiamo di guardarla così.

La memoria non è un sentimento: è un lavoro con strumenti propri. Archivi accessibili degli eventi passati, dati storici pubblicati in formati riusabili, educazione al rischio nelle scuole, segni sul territorio che ricordano cosa è accaduto e dove.

Un territorio che non istituzionalizza la memoria non ha un ciclo: ha una ruota che gira a vuoto, perché ogni generazione ricomincia dallo stesso punto. La memoria è ciò che trasforma il superamento di un’emergenza nella previsione della successiva.

Terza estensione: la matrice di stato del territorio

Se ogni rischio ha il proprio ciclo, la fotografia corretta di un territorio non è “in che fase siamo”, ma una matrice: i rischi sulle righe, le fasi sulle colonne, e per ogni rischio l’indicazione dello stato attuale, con la data dell’ultima verifica e la fonte.

Questa matrice esiste già — nella testa di chi coordina. Ciò che in generale non esiste è la sua pubblicazione: una pagina che dica al cittadino, in ogni momento, in quale fase si trova il suo territorio per ciascun rischio. Non un bollettino di allerta (quello riguarda solo la previsione a breve termine), ma lo stato complessivo del sistema: per il rischio sismico siamo in prevenzione permanente, ed ecco cosa significa in pratica; per il rischio meteo è in corso una previsione con allerta; per l’evento del mese scorso siamo in superamento, ed ecco a che punto.

Rendere pubblica la matrice ha due effetti. Il primo è educativo: il cittadino vede con i propri occhi che la protezione civile lavora sempre, su più fronti, anche quando non c’è nessuna emergenza. Il secondo è di trasparenza: dichiarare lo stato per ciascun rischio obbliga il sistema a saperlo, a verificarlo e a datarlo — la stessa disciplina che si applica a un bollettino di allerta, estesa all’intero quadro.

Da questa idea nasce una pagina nuova di questo sito: Lo stato del territorio, la matrice pubblicata rischio per rischio.

In sintesi

Il ciclo delle quattro attività resta il fondamento normativo e il punto di partenza didattico. Ma la realtà ha una dimensione in più: non una linea del tempo, bensì uno spazio a tre assi — rischio, fase, persona. Un sistema di protezione civile maturo non semplifica questo spazio: lo pubblica. Dice per ciascun rischio in che fase si trova, offre a ciascuna persona l’ingresso adatto al suo stato di preparazione, e custodisce la memoria che tiene insieme un giro del ciclo con il successivo.

Fonti

  1. Codice della protezione civile, decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1, art. 2 — testo vigente su Normattiva.
  2. Dipartimento della Protezione Civile, La protezione civile in Italia. Testo istituzionale di riferimento per i docenti scolastici, 2020.
  3. D. M. Neal, Reconsidering the Phases of Disaster, «International Journal of Mass Emergencies and Disasters», 15(2), 1997, pp. 239-264.
  4. UNDRR, Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030.

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