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Firenze · 4 novembre 1966

Gli angeli
del fango

Quando l'Arno sommerse Firenze, prima dei piani e degli ordini arrivarono migliaia di ragazzi, da tutta Italia e da tutto il mondo, a strappare libri e opere d'arte dal fango. Li chiamarono «angeli del fango». È lì che il volontariato italiano scoprì la sua forza.

Foto: UNESCO · Dominique Roger · CC BY-SA 3.0 IGO, via Wikimedia Commons

4 novembre 1966

Quando l'Arno
sommerse tutto

All’alba del 4 novembre 1966, dopo giorni di pioggia, l’Arno ruppe gli argini e invase Firenze. In alcune zone l’acqua salì fino a quasi sei metri; nel quartiere di Santa Croce, in via dei Neri, una targa ricorda il punto più alto raggiunto dalla piena: 4,92 metri. L’acqua trascinava automobili, fango e nafta uscita dalle caldaie.

Non fu solo Firenze: la stessa perturbazione mise sott’acqua mezza Toscana e, nello stesso giorno, Venezia. In tutta Italia si contarono circa cento vittime.

La città d’arte più famosa del mondo si svegliò ricoperta di melma. E si pose una domanda che vale ancora oggi: chi viene a salvarci?

Foto: alluvione del novembre 1966 · pubblico dominio, via Wikimedia Commons

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L’altezza massima raggiunta dall’acqua in alcune zone della città. A Santa Croce una targa segna il punto più alto: 4,92 metri
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Le vittime dell’alluvione: 17 a Firenze, 18 nella provincia. In tutta Italia furono circa cento
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I volumi della Biblioteca Nazionale raggiunti dall’acqua e dal fango: una delle più grandi ferite mai inferte al patrimonio scritto
Il simbolo della ferita

L'arte
ferita

Firenze custodisce secoli di arte, e l’alluvione non risparmiò nulla. Il simbolo di quella perdita è il Crocifisso di Cimabue, capolavoro del Duecento conservato a Santa Croce: l’acqua e la nafta ne cancellarono oltre il 60 per cento della pittura, secondo l’Opera di Santa Croce. Restaurato con anni di lavoro, resta segnato per sempre.

Insieme a lui furono colpiti gli Uffizi, le chiese, gli archivi. Per la prima volta il mondo capì che un disastro naturale può cancellare non solo vite, ma anche la memoria di un popolo.

Foto: Sailko · pubblico dominio, via Wikimedia Commons · Museo dell'Opera di Santa Croce

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Le tonnellate di fango che si stima l’Arno lasciò sulla città ritirandosi il 6 novembre, soffocando strade, case e i magazzini dei libri
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Acqua e nafta: il gasolio delle caldaie si mescolò al fango, rendendo il recupero dei libri ancora più difficile
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I manuali pronti per un’emergenza del genere: tutto fu inventato sul momento, con tecniche di asciugatura improvvisate e poi studiate in tutto il mondo
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I giovani volontari che accorsero a Firenze — oltre mille secondo le stime più caute, migliaia per le cronache: studenti arrivati da tutta Italia e dall’estero, senza che nessuno li chiamasse
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I giornali li ribattezzarono «angeli del fango»: catene umane nel fango oleoso per salvare libri, quadri, documenti
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Nessuno li pagava. Lavoravano per qualcosa che sentivano comune: la cultura e la città erano di tutti
Da allora a oggi

Da quel fango,
il volontariato

Gli angeli del fango del 1966 erano spontanei: una generosità immensa, ma disorganizzata. L’Italia capì che quella forza andava organizzata — formata, attrezzata, coordinata — per non disperdersi e non mettersi in pericolo.

È la stessa lezione che, attraverso le tragedie degli anni successivi, porterà al Servizio Nazionale della Protezione Civile. Quando nel 2023 l’alluvione colpì l’Emilia-Romagna, a spalare il fango c’erano di nuovo migliaia di volontari — ma stavolta inquadrati, protetti e guidati dal sistema.

Dagli angeli del fango ai gruppi comunali di oggi, il filo è lo stesso: i cittadini che si prendono cura della propria comunità.

Foto: Cesare Barillà · CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons · 2023

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La lezione di Firenze: il volontariato salva, ma deve essere organizzato. Oggi i volontari sono formati, iscritti e coordinati — non improvvisati
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Gli anni di servizio del Gruppo Comunale di Genzano: angeli del fango di oggi, con la formazione e le regole che nel 1966 ancora non c’erano
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In emergenza il cittadino chiama il 112. Per dare una mano da volontario, invece, ci si prepara prima — in tempo di pace

Il fango passa, l'esempio resta

Gli angeli del fango non avevano divise né tessere. Avevano vent’anni e due mani. Ma hanno insegnato all’Italia una cosa che non ha più dimenticato: di fronte al disastro, i cittadini non stanno a guardare.

Quella generosità spontanea, col tempo, è diventata un sistema: la Protezione Civile, i gruppi comunali, il volontariato organizzato che oggi è la nostra forza più rara. È la storia che raccontiamo nel dossier «Dalle macerie, un sistema».

Se anche tu vuoi essere un angelo del fango dei nostri tempi, comincia da qui: diventa volontario. E in emergenza, ricorda il 112.

Fonti e crediti

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