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Dossier · Storia

La memoria
scolpita

Prima dei bollettini, prima dei satelliti, le città italiane comunicavano il rischio così: una lapide sul muro, all'altezza esatta dell'acqua. «Fin qui arrivò». È il più antico sistema di allertamento del Paese — e funziona ancora, se lo sappiamo leggere.

Via San Remigio, Firenze: le targhe delle alluvioni del 1333 e del 1966 · foto Sailko · CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Via San Remigio, Firenze

Stesso muro,
stesso giorno: 4 novembre

In un angolo di Firenze, due targhe condividono lo stesso muro. Una ricorda l’alluvione del 1333, raccontata dal cronista Giovanni Villani: l’Arno che travolge ponti e mura, la città in ginocchio. L’altra, poco sopra, segna l’acqua del 1966l’alluvione degli angeli del fango.

Il dettaglio che gela: tutte e due le piene arrivarono il 4 novembre. Stesso fiume, stesso giorno del calendario, 633 anni di distanza. Chi murò la targa medievale stava parlando esattamente a noi: è già successo qui, può risuccedere qui. Nel 1966 il messaggio si rivelò profetico al millimetro.

È la definizione perfetta di tempo di ritorno (la spieghiamo nel Manuale) scolpita nella pietra: i grandi eventi si ripetono — non sappiamo quando, sappiamo dove.

Foto: Sailko · CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

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Da Roma in giù

Una lingua scritta
su tutti i muri d'Italia

Firenze non è un’eccezione: è un capitolo di una lingua nazionale. A Roma le «manine» del Tevere costellano il centro storico — le abbiamo raccontate nel dossier «Roma e il suo fiume». Lungo il Po, l’Adige, l’Arno e cento fiumi minori, paesi e città conservano lapidi, tacche e scritte sbiadite: il fiume arrivò qui.

Leggerle è una piccola educazione civica al rischio. Primo: l’acqua è già stata dove oggi ci sembra impossibile — la targa è un dato storico, non una leggenda. Secondo: il territorio cambia, ma la fisica no — dove l’acqua è passata, ha un invito permanente a tornare. Terzo: ogni targa è stata murata da una generazione che voleva avvisare la successiva. Ignorarle è interrompere una catena di comunicazione lunga secoli.

I moderni cataloghi storici degli eventi — quelli dell’INGV per i terremoti, quelli delle piene per i fiumi — sono i figli scientifici di queste pietre.

Le targhe delle piene su Santa Maria sopra Minerva, Roma · foto Peter1936F · CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

A casa nostra

La memoria
che si rinnova

Anche Genzano ha i suoi marmi: le lapidi dei caduti davanti a cui, ogni anno, la città si ferma — come in questa commemorazione a cui il nostro Gruppo presta servizio. Non segnano l’altezza di un’acqua, ma fanno lo stesso mestiere delle targhe fiorentine: tenere viva la memoria di ciò che non deve ripetersi.

E la versione moderna della targa esiste anche da noi, ed è operativa: i cartelli verdi delle aree di attesa, la cartografia del piano di emergenza, le pagine di questo sito. Diversa pietra, stesso messaggio: qui c’è una cosa che devi sapere prima che serva.

La memoria, in protezione civile, non è nostalgia: è manutenzione del futuro.

Foto: Gruppo Comunale Volontari di Protezione Civile di Genzano di Roma — commemorazione alle lapidi dei caduti, Genzano

Leggere i muri, capire il territorio

La prossima volta che cammini in un centro storico, cerca le targhe: sono lettere che i sopravvissuti hanno spedito al futuro, con il marmo come busta. Dicono tutte la stessa cosa: il rischio ha una memoria più lunga della nostra — e chi la conserva, protegge.

Conosci la storia del tuo territorio, leggi i suoi segni, rispetta le sue allerte. E in emergenza chiama il 112.

Fonti e crediti

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