La terra
che scivola
Dal Vajont ai versanti dei Castelli Romani: come si muove la terra, e come imparare a leggerne i segnali.
Foto: Frisia Orientalis · CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Non tutte le frane
sono uguali
Una frana è il movimento di una massa di roccia, detrito o terra lungo un versante. Può essere lenta, pochi millimetri l’anno, oppure improvvisa, a decine di chilometri orari.
Cambia tutto la velocità. I crolli di roccia e gli scivolamenti lasciano poche tracce di preavviso. Le colate rapide di fango e detrito sono le più letali: arrivano in pochi istanti e non danno tempo di fuggire. Le frane lente, invece, deformano nel tempo strade e case, e si possono studiare prima che diventino crolli.
Foto: Dipartimento della Protezione Civile · CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Fu la frana,
non la diga
Alle 22:39 del 9 ottobre 1963 circa 260 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal Monte Toc e precipitarono nel bacino. L’onda d’acqua scavalcò il coronamento della diga di oltre 200 metri e cancellò Longarone e altri abitati. Le vittime furono 1.917, tra cui 487 bambini e ragazzi.
Il punto, ancora oggi spesso frainteso: la diga non cedette. Restò in piedi, nonostante forze venti volte superiori a quelle di progetto. Fu una catastrofe geologica, non un crollo strutturale.
L’instabilità del Monte Toc era nota da tempo: crepe, piccoli movimenti e studi geologici avevano segnalato il pericolo, e la frana lasciò sul versante una cicatrice enorme, visibile ancora oggi. È la lezione che attraversa tutte le frane: il versante parla, e i suoi segni vanno ascoltati prima che sia troppo tardi.
Foto: Tor91 · pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Le colate
di fango
Il 5 maggio 1998 colate rapide di fango travolsero Sarno, Quindici e altri comuni tra le province di Salerno, Avellino e Caserta. Le vittime furono circa 160, di cui 137 solo a Sarno. Il materiale erano coltri vulcaniche del Vesuvio, scivolate dai pendii calcarei già saturi d’acqua.
Non servì una pioggia eccezionale: bastò un terreno già pieno. Poche settimane dopo nacque la “Legge Sarno” (267/1998), che introdusse i Piani di Assetto Idrogeologico, le mappe che ancora oggi individuano le aree a rischio.
Foto: Ciro Fusco · pubblico dominio in Italia, via Wikimedia Commons
La frana più letale
degli Stati Uniti
Il 22 marzo 2014 un versante saturo collassò sulla comunità di Steelhead Haven, vicino a Oso. La massa percorse la valle a circa 64 km/h, muovendo 18 milioni di tonnellate di sabbia e argilla. I morti furono 43: il bilancio peggiore per una frana nella storia degli Stati Uniti.
Le piogge dei mesi precedenti erano state il 150-200% della media. Il clima conta: precipitazioni più intense rendono i versanti più instabili, anche dove sembravano sicuri.
Foto: Spc. Samantha Ciaramitaro, Washington Army National Guard · pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Quando la frana
la facciamo noi
Il 21 ottobre 1966 ad Aberfan una discarica di scarti di carbone, satura di pioggia e posata sopra una sorgente, scivolò a valle come fango sulla scuola elementare Pantglas: 144 morti, di cui 116 bambini.
Le frane non sono solo natura. Depositi mal collocati, sbancamenti e suolo reso impermeabile creano rischio nuovo. È la lezione di Aberfan: un pericolo ignorato resta un pericolo, e portò a leggi più severe sulla sicurezza dei depositi.
Foto: Governo del Regno Unito · pubblico dominio, via Wikimedia Commons
La pioggia che
scava i versanti
Il 25 ottobre 2011, in poche ore, le province di La Spezia e Massa-Carrara ricevettero oltre 500 mm di pioggia. Colate e frane sommersero Vernazza e Monterosso: 13 vittime e oltre 1.180 evacuati. Vernazza fu ricostruita in più di due anni.
I terrazzamenti a secco, come questi, trattengono il versante. Quando vengono abbandonati, i muri cedono e la pioggia scava. Terrazzi non curati e piogge brevi ma violentissime sono il mix tipico del rischio che ci aspetta.
Foto: Tangopaso · pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Frange di colore,
millimetri di terra
I satelliti radar Sentinel-1 e il servizio europeo Copernicus EGMS misurano i movimenti del suolo con precisione millimetrica in tutta Europa. Le frange di colore di un interferogramma raccontano dove la terra si alza, si abbassa o scivola: così si individuano le frane lente prima che diventino crolli.
A terra il CNR-IRPI, su mandato della Protezione Civile, gestisce SANF, il sistema nazionale di allerta per le frane da pioggia: usa soglie di precipitazione e si integra con le allerte a codici colore di DPC e Centri Funzionali regionali. Prevenire è possibile.
Immagine: NASA/JPL-Caltech (dati ESA) · pubblico dominio, via Wikimedia Commons
I versanti dei Castelli e il cratere di Nemi
Genzano sorge sul bordo esterno del cratere vulcanico del Lago di Nemi. Tocca i punti per leggere il contesto locale — reale, ma localizzato.
Crepe, alberi storti,
acqua che sgorga
Una frana spesso si annuncia. Crepe nel terreno o nei muri, alberi e pali inclinati, piccoli smottamenti, acqua che sgorga dove prima era asciutta, rumori sordi dal versante: sono tutti segnali da prendere sul serio.
Durante forti piogge evita i fossi, gli impluvi e le basi dei versanti ripidi. Se noti movimenti del terreno, allontanati verso l’alto e segnala alle autorità. In caso di pericolo immediato chiama il 112, il numero unico di emergenza.
Foto: Jonathan Wilkins · CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
Conoscere il versante riduce il rischio
Le frane si possono prevedere e prevenire: con il monitoraggio dallo spazio e da terra, con la manutenzione di versanti e fossi, e con il rispetto del sistema di allertamento meteo-idro. Qui a Genzano e nei Castelli il rischio è reale ma localizzato: la prevenzione ordinaria fa la differenza.
Consulta la scheda sul rischio idrogeologico del nostro sito e tieni d’occhio le allerte del Centro Funzionale Regionale del Lazio. In emergenza, ovunque tu sia, chiama il 112.
Fonti e crediti
- Immagini: detriti del Monte Toc, Vajont (Frisia Orientalis, CC BY-SA 3.0) · colata detritica a Dimaro (Dipartimento della Protezione Civile, CC BY 2.0) · diga del Vajont (Tor91, pubblico dominio) · Sarno 1998 (Ciro Fusco, pubblico dominio in Italia) · frana di Oso 2014 (Washington Army National Guard, pubblico dominio) · cumuli di scarto sopra Aberfan 1966 (Governo del Regno Unito, pubblico dominio) · terrazzamenti delle Cinque Terre (Tangopaso, pubblico dominio) · interferogramma radar (NASA/JPL-Caltech su dati ESA, pubblico dominio) · Lago di Nemi da Genzano (Deblu68, pubblico dominio). Via Wikimedia Commons.
- Dati nazionali: ISPRA — Dissesto idrogeologico in Italia (edizione 2024) · Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (IFFI) · piattaforma IdroGEO. Studio globale: Froude & Petley, Global fatal landslide occurrence 2004-2016 (NHESS, 2018). Allerta frane: CNR-IRPI — SANF. Monitoraggio dallo spazio: Copernicus European Ground Motion Service. Contesto locale: Parchi Lazio — Cratere e vulcaniti del Lago di Nemi.
- Sul nostro sito: Vajont: la diga che resse · Troppa acqua · Il terremoto visto dallo spazio · Rischio idrogeologico: cosa fare · Il rischio idrogeologico nel catalogo dei rischi · Allerte meteo · Strumenti in tempo reale · Piano di emergenza comunale.
- Dossier a cura del Gruppo Comunale Volontari di Protezione Civile di Genzano di Roma. Guida divulgativa: in emergenza chiama il 112.
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