Vai al contenuto principale
Tutti i dossier
Dossier · Il rischio nucleare e radiologico

L'allarme che speriamo
di non sentire mai

L'Italia non ha centrali nucleari in esercizio, ma il rischio radiologico non è zero: viene dalle centrali oltreconfine, dalle sorgenti smarrite, dai trasporti. È l'emergenza più rara di tutte — e una delle più pianificate.

Il New Safe Confinement sul reattore 4 di Chernobyl · foto Tim Porter, 2017 · CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Il nemico senza odore

Una radiazione
non si vede

Le radiazioni ionizzanti non si vedono, non si sentono, non hanno odore: per accorgersene servono gli strumenti. È questo che rende il rischio radiologico diverso da tutti gli altri del catalogo — e spiega perché qui, più che altrove, l’informazione è protezione.

Due parole bastano a capire tutto. L’irraggiamento è l’esposizione a una sorgente esterna: finisce quando ti allontani. La contaminazione è il materiale radioattivo che si deposita o entra nel corpo: ti segue finché non viene rimosso. Contro entrambi valgono tre difese semplici, le stesse dei manuali di radioprotezione: tempo (meno esposizione), distanza (più lontano), schermo (muri e riparo al chiuso).

La ruota panoramica di Pripyat, zona di esclusione di Chernobyl · foto Adam Jones, 2016 · CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

0
Il livello massimo della scala INES, che classifica gli eventi nucleari da 0 a 7: nella storia è stato raggiunto solo due volte
0
Chernobyl, 26 aprile: il più grave incidente nucleare della storia. La nube radioattiva attraversò l’Europa, Italia compresa
0
Fukushima Daiichi, 11 marzo: terremoto e maremoto innescano il secondo incidente di livello 7. La natura che scatena la tecnologia
26 aprile 1986

La nube
che arrivò anche qui

Il 26 aprile 1986 il reattore 4 di Chernobyl esplose durante un test. La nube radioattiva attraversò l’Europa e raggiunse anche l’Italia: per settimane le autorità vietarono le verdure a foglia larga e limitarono il latte fresco per i bambini — la prima, vera emergenza radiologica vissuta dal nostro Paese, a duemila chilometri dall’incidente.

Quella lezione dice una cosa precisa: per il rischio radiologico i confini non contano. Conta la capacità di misurare in fretta (le reti di monitoraggio), di decidere in fretta (i piani), e di comunicare in fretta ai cittadini cosa fare — soprattutto cosa non mangiare.

Sopra quel reattore oggi c’è l’arco del New Safe Confinement: la più grande struttura mobile mai costruita, progettata per confinare il sito per un secolo. Il rischio nucleare si misura anche così: in generazioni.

Foto: Tim Porter, 2017 · CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

11 marzo 2011

Quando la natura
scatena la tecnologia

L'11 marzo 2011 un terremoto di magnitudo 9 e il maremoto che ne seguì misero fuori uso i sistemi di raffreddamento della centrale giapponese di Fukushima Daiichi: secondo incidente di livello 7 della storia. Decine di migliaia di persone furono evacuate.

Fukushima ha dato un nome a una famiglia di rischi che ci riguarda tutti: gli eventi NaTech — quando un disastro Naturale innesca un incidente Technologico. Un terremoto che rompe un impianto, un’alluvione che colpisce un deposito: è il motivo per cui i piani di emergenza moderni non leggono mai un rischio da solo.

E ha ribadito la regola di Chernobyl: in un’emergenza radiologica le decisioni — evacuare, ripararsi, limitare i cibi — le prendono le autorità sulla base delle misure, non l’istinto. L’istinto, qui, è un pessimo consigliere.

Esperti AIEA a Fukushima Daiichi · foto Greg Webb / IAEA Imagebank, 2013 · CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

E l'Italia?

Senza centrali,
ma non senza rischio

Dopo il referendum del 1987, seguito a Chernobyl, l’Italia ha spento le sue centrali. Ma il rischio non è zero, e il nostro sistema lo sa. Le fonti possibili sono quattro: le centrali oltreconfine (come Krško, in Slovenia, a poco più di cento chilometri dal confine nord-orientale, o le centrali svizzere e francesi); le sorgenti radioattive usate ogni giorno in medicina e industria — comprese quelle smarrite o abbandonate, le cosiddette sorgenti orfane; i trasporti di materiale radioattivo; i vecchi impianti in smantellamento.

Per questo esiste un Piano nazionale per le emergenze radiologiche e nucleari, curato dal Dipartimento della Protezione Civile; un’autorità tecnica dedicata, l’ISIN (Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione); e reti di monitoraggio della radioattività gestite da ISPRA e dalle ARPA, che misurano l’aria italiana ogni giorno. Il quadro giuridico è il decreto legislativo 101 del 2020, la legge italiana sulla radioprotezione.

Foto: Andrej Jakobčič, 2019 · CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Se accadesse

Riparo, ascolto
e niente fai-da-te

In un’emergenza radiologica le azioni del cittadino sono poche e contro-intuitive. La prima è il riparo al chiuso: entrare in un edificio, chiudere porte, finestre e ventilazione — i muri schermano, e le prime ore sono quelle che contano. La seconda è l’ascolto delle autorità (radio, TV, IT-alert): le misure sui cibi, sull’acqua e sugli spostamenti dipendono dai rilievi, non dalle voci.

La terza riguarda la iodoprofilassi: lo iodio stabile che, assunto al momento giusto, satura la tiroide e le impedisce di assorbire lo iodio radioattivo. Funziona solo se preso quando e come indicano le autorità sanitarie — tempi o dosi sbagliate lo rendono inutile o dannoso. Niente scorte fai-da-te, niente assunzioni preventive «per sicurezza»: è un farmaco da protocollo, non un amuleto.

Foto: Greg Webb / IAEA Imagebank · CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

Il rischio più raro si vince prima

L’emergenza radiologica è la più rara del catalogo — e proprio per questo va capita prima: quando scatta, non c’è tempo per imparare. Le regole stanno in tre parole: riparo, ascolto, protocolli.

Conoscile oggi, con calma, dalla scheda operativa e dal Manuale. E in qualsiasi emergenza, il numero resta uno: 112.

Fonti e crediti

Ti è piaciuto? Condividilo.

Esplora tutti i dossier
Sito aggiornato il 

Cerca nel sito

Caricamento della ricerca…

Assistente virtuale