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Dossier · Rischio maremoto

Quando il mare
si ritira

Il segnale più antico arriva dal mare stesso: quando si ritira all'improvviso, resta poco tempo. Riconoscerlo salva la vita.

Foto: David Rydevik, Ao Nang (Thailandia), 26 dicembre 2004 · pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Che cos'è

Non un'onda,
un treno d'onde

Un maremoto — in giapponese tsunami — è una serie di onde, non una sola. Nasce quando un grande movimento sposta di colpo una massa d’acqua: un forte terremoto sottomarino, una frana, un’eruzione vicino al mare.

In mare aperto l’onda è bassa e corre velocissima. Sotto costa rallenta e si alza. La prima onda non è sempre la più grande, e tra una e l’altra possono passare minuti.

Infografica: StefanoV · CC BY 3.0, via Wikimedia Commons (testi in francese)

0 km/h
La velocità di un maremoto in mare aperto: come un aereo di linea
0 mila
Le vittime stimate dello tsunami dell’Oceano Indiano del 2004, in 14 Paesi
0 m
L’altezza massima dell’onda in Giappone, 2011 (prefettura di Iwate)
0
Dal 2017 l’Italia ha un sistema di allerta maremoti: il CAT-INGV
26 dicembre 2004 · Oceano Indiano

Il maremoto
più letale della storia

Un terremoto di circa Mw 9.1 (fino a 9.3 secondo alcuni studi) al largo di Sumatra generò onde che colpirono 14 Paesi. Le vittime stimate furono circa 227.000.

L’Indonesia, e in particolare la provincia di Aceh, fu la più colpita, con oltre 167.000 morti. L’onda attraversò l’oceano: raggiunse la costa africana ore dopo (tra le sette e le undici, secondo i tratti di costa).

Foto: Philip A. McDaniel / U.S. Navy, costa di Sumatra, 2 gennaio 2005 · pubblico dominio

Banda Aceh, Sumatra

Cinquantun metri
di run-up

Vicino a Banda Aceh l’acqua risalì fino a 51 metri su una collina e penetrò per circa 5 chilometri nell’entroterra. Dove era passata, restò pochissimo in piedi.

Da quella tragedia nacque, in pochi mesi, il sistema di allerta per l’Oceano Indiano — e in Europa il NEAMTWS, la rete di allerta maremoti coordinata dall’UNESCO.

Foto: Michael L. Bak / U.S. Department of Defense · pubblico dominio, via Wikimedia Commons

11 marzo 2011 · Giappone

L'onda che attraversò
il Pacifico

Un terremoto Mw 9.1 al largo del Tōhoku generò onde alte fino a 40 metri nella prefettura di Iwate. Tra morti e dispersi si contarono circa 18.000-20.000 persone.

Lo tsunami travolse anche la centrale di Fukushima, provocando un grave incidente nucleare. I modelli NOAA mostrano l’energia dell’onda propagarsi per tutto l’oceano.

Mappa: NOAA, modello dell'altezza d'onda dello tsunami di Tōhoku · pubblico dominio

Come si misura un'onda in mare aperto

Le sentinelle
sul fondo dell'oceano

In mare aperto un maremoto è quasi invisibile: alto pochi centimetri, lungo decine di chilometri. Le boe DART della NOAA lo “sentono”: un sensore sul fondale misura la pressione dell’acqua e trasmette via satellite l’arrivo dell’onda ai centri di allerta.

Questo grafico mostra l’onda del 2011 registrata a sud-est di Tokyo, circa un’ora dopo il terremoto. Sono i dati che permettono di confermare — o annullare — un’allerta.

Grafico: Andrzej Barabasz su dati NOAA/NDBC · CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

28 dicembre 1908 · Stretto di Messina

Anche l'Italia
conosce i maremoti

Alle 5:20 del 28 dicembre 1908 un terremoto di magnitudo stimata 7.1 colpì lo Stretto di Messina. Circa dieci minuti dopo, un maremoto investì le due coste con onde alte 6-12 metri.

Tra terremoto e onde le vittime furono circa 80.000: il disastro più grave della storia europea. Non è un rischio lontano: è successo in Italia.

Superstiti del terremoto di Messina, 1908 · Library of Congress · pubblico dominio

30 dicembre 2002 · Isole Eolie

Non serve
un terremoto

Il 30 dicembre 2002 due frane lungo la Sciara del Fuoco di Stromboli scaricarono in mare milioni di metri cubi di roccia. Bastò: si formò un maremoto con onde fino a 10-11 metri sulla costa dell’isola.

Ci furono feriti lievi, nessun morto. È la prova che in Italia un’onda può nascere anche da una frana vulcanica, non solo da un terremoto.

Foto: Ghost-in-the-Shell · CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Il Mediterraneo

Un mare piccolo,
tempi brevissimi

Tutte le coste del Mediterraneo sono esposte: è un mare molto sismico e ricco di vulcani. Negli ultimi mille anni le coste italiane hanno conosciuto decine di maremoti, soprattutto in Sicilia orientale, Calabria, Puglia ed Eolie.

Ma il Mediterraneo è piccolo: l’onda può arrivare in pochi minuti. Spesso non c’è tempo per diramare un’allerta. Per questo contano i segnali naturali.

Foto: l'Italia di notte dalla Stazione Spaziale Internazionale · NASA · pubblico dominio

E noi dei Castelli?

Genzano è lontana dal mare.
Ma il mare è vicino a noi

Genzano di Roma sorge a circa 435 metri, all’interno dei Castelli Romani: non è esposta al rischio maremoto. Sarebbe sbagliato dire il contrario.

Ma d’estate andiamo tutti al mare: sul litorale del Lazio — da Ostia a Sabaudia, al Circeo — e altrove in Italia. Conoscere i segnali serve lì, in spiaggia, dove un giorno può fare la differenza.

Spiaggia di Sabaudia con il Monte Circeo (Lazio). Foto: Egnoka · pubblico dominio

Cosa fare

Se il mare si ritira,
non aspettare

Non aspettare l’allerta ufficiale: nel Mediterraneo può arrivare troppo tardi. Se al mare senti un forte terremoto, un boato dal mare, o vedi l’acqua ritirarsi all’improvviso, allontanati subito.

Raggiungi un punto elevato — una collina o i piani alti di un edificio solido — a piedi, mai in auto. E resta in alto: dopo la prima onda possono arrivarne altre, anche più grandi.

Cartello della Protezione Civile, Stromboli. Foto: Davide Mauro · CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Il maremoto non si prevede. Ma si riconosce.

In Italia l’allerta la gestisce il SiAM, il Sistema di Allertamento nazionale per i Maremoti: l’INGV, con il suo Centro Allerta Tsunami, valuta ogni terremoto in mare; il Dipartimento della Protezione Civile dirama i messaggi; i mareografi dell’ISPRA confermano l’onda.

Ma la prima difesa sei tu: i segnali naturali non hanno bisogno di rete né batteria. In emergenza, ovunque ti trovi, chiama il 112.

Fonti e crediti

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