Ricostruire meglio:
il dopo che nessuno racconta
L'emergenza dura giorni e riempie i telegiornali. La ricostruzione dura decenni e li svuota. Eppure è lì — nel «dopo» — che si decide se una comunità rinasce o si disperde. Storia della fase più lunga della protezione civile.
Gemona del Friuli, 1976 · foto Alberto Rizzi · pubblico dominio, via Wikimedia Commons
«Prima le fabbriche,
poi le case, poi le chiese»
Quando il 6 maggio 1976 il terremoto devastò il Friuli, nessuno avrebbe scommesso su quella che sarebbe diventata la ricostruzione più riuscita della storia italiana. La ricetta fu una gerarchia di priorità diventata proverbiale: prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese — prima il lavoro, perché senza lavoro la gente se ne va; poi l’abitare; infine i simboli.
L’altra metà della ricetta fu la fiducia nei sindaci e nelle comunità: i fondi andarono al territorio, la gente ricostruì «dov’era, com’era» i propri paesi, pietra su pietra numerata. Gemona e Venzone, oggi, sono il manuale a cielo aperto del modello Friuli.
Da quel cantiere — e dal commissario Zamberletti che lo guidò — nacque la lezione che avrebbe partorito la moderna Protezione Civile: il «dopo» non si improvvisa, si organizza.
Il Duomo di Venzone, ricostruito dopo il 1976 · foto Sebi1 · pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Case in tre mesi,
centro in vent'anni
Dopo il 6 aprile 2009, all’Aquila si sperimentò l’opposto del Friuli: la velocità centralizzata. Il progetto C.A.S.E. — Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili — consegnò in pochi mesi 19 nuovi insediamenti su piastre antisismiche con isolatori: migliaia di persone passarono dalle tende a case vere, arredate, prima dell’inverno.
Fu un capolavoro di ingegneria dell’emergenza — e una lezione sui suoi limiti: i nuovi quartieri sorsero lontani dal capoluogo, senza piazze né negozi, mentre il centro storico restava vuoto. La popolazione ebbe un tetto; la città, intesa come tessuto di relazioni, impiegò molto di più a tornare.
Il «dopo» non è solo un problema edilizio: è un problema di comunità. Si possono costruire alloggi in novanta giorni; non si può costruire un vicinato per decreto.
Nuovi alloggi del progetto C.A.S.E., L'Aquila 2010 · foto altotemi · CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
Le casette
e la pazienza
Dopo le scosse del 2016-2017 tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, la transizione abitativa passò per le SAE, le Soluzioni Abitative in Emergenza: le «casette» di legno montate nei borghi colpiti, da Amatrice ad Arquata. L’idea: tenere le comunità vicino ai loro paesi, evitando la diaspora, mentre la ricostruzione vera procede.
La ricostruzione dell’Appennino centrale è ancora in corso: borghi piccoli, proprietà frammentate, montagna che si spopolava già prima. È il promemoria che il «dopo» non è uguale per tutti: ricostruire una città capoluogo e ricostruire cento frazioni di montagna sono problemi diversi, con tempi diversi.
Per chi la vive, intanto, valgono le regole pratiche che raccontiamo nella scheda Dopo l’emergenza: rientri solo autorizzati, attenzione alle strutture lesionate, documentazione dei danni.
Campo della Protezione Civile, L'Aquila 2009 · foto Trevi.zz · CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Anche un bosco
va ricostruito
Non si ricostruiscono solo case. Dopo la tempesta Vaia (2018), con i suoi 14 milioni di alberi a terra, le foreste del Nord-Est hanno affrontato un «dopo» tutto loro — e il colpo peggiore è arrivato dopo il disastro: il bostrico tipografo, un coleottero che prolifera nel legno schiantato, si è propagato agli abeti superstiti, uccidendo negli anni successivi più alberi della tempesta stessa.
È la versione forestale di una regola generale: il dopo-disastro ha i suoi rischi, diversi da quelli dell’evento. Trascurarli significa subire un secondo disastro al rallentatore. La risposta — esbosco, monitoraggio, rimboschimenti misti più resistenti — è l’equivalente verde del «ricostruire meglio».
Schianti di Vaia in Val dei Mocheni · foto Syrio · CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Build Back Better:
meglio, non uguale
Il Quadro di Sendai — l’accordo mondiale sulla riduzione del rischio che raccontiamo nel Manuale — ha dato un nome a questa filosofia: Build Back Better, ricostruire meglio. La ricostruzione non deve riportare il territorio com’era — cioè vulnerabile come prima — ma coglierla come occasione: case più sicure, fiumi con più spazio, scuole e ospedali che non crollano, boschi più resistenti.
È il criterio con cui giudicare ogni «dopo»: non solo quanto in fretta si ricostruisce, ma quanto meglio. Il Friuli lo fece d’istinto; oggi è scritto negli accordi internazionali e nelle regole della ricostruzione.
Perché la verità statistica è semplice: il luogo colpito da un disastro, prima o poi, ne rivedrà uno. L’unica variabile che possiamo decidere è come si farà trovare.
Emilia-Romagna, 2023 · foto Cesare Barillà · CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Il dopo si prepara prima
La ricostruzione è la fase più lunga, più costosa e meno raccontata della protezione civile — ed è quella che decide il destino delle comunità. Friuli, L’Aquila, Appennino, i boschi di Vaia: ogni «dopo» italiano ha aggiunto una lezione alla stessa regola. Ricostruire meglio, non uguale.
E poiché il dopo si prepara prima: conosci i rischi del tuo territorio, tieni in ordine i documenti, leggi cosa fare dopo un’emergenza. In emergenza chiama il 112.
Fonti e crediti
- Immagini: chiesa di Ognissanti, Gemona del Friuli 1976 (Alberto Rizzi · pubblico dominio) · Duomo di Venzone ricostruito (Sebi1 · pubblico dominio) · campo della Protezione Civile, L’Aquila 2009 (Trevi.zz · CC BY-SA 4.0) · alloggi del progetto C.A.S.E., L’Aquila 2010 (altotemi · CC BY-SA 2.0) · schianti di Vaia in Val dei Mocheni (Syrio · CC BY-SA 4.0) · alluvione in Emilia-Romagna 2023 (Cesare Barillà · CC BY-SA 4.0). Via Wikimedia Commons.
- Fonti: Dipartimento della Protezione Civile — terremoto dell’Aquila 2009 e progetto C.A.S.E. · Quadro di Sendai 2015-2030 (UNDRR) (principio Build Back Better) · la ricostruzione del Friuli e il «modello Friuli» sono trattati dalla storiografia istituzionale della PC (vedi anche il nostro capitolo di storia) · sull’epidemia di bostrico dopo Vaia: rapporti dei servizi forestali di Province autonome e Regioni del Nord-Est e della rete scientifica forestale (danni complessivi superiori a quelli della tempesta).
- Sul nostro sito: Dopo l’evento: agibilità, danni, ricostruzione (Manuale, Parte X) · La riduzione del rischio e Sendai (Manuale) · Dopo l’emergenza: cosa fare · Dossier: Gli angeli del fango · Dossier: Dalle macerie, un sistema.
- Dossier a cura del Gruppo Comunale Volontari di Protezione Civile di Genzano di Roma. Guida divulgativa: in emergenza chiama il 112.
Ti è piaciuto? Condividilo.
Esplora tutti i dossier