Roma
e il suo fiume
Roma è nata da un fiume che la allagava regolarmente. Per duemila anni le piene del Tevere sono state scolpite sulle chiese come date di famiglia. Poi la città alzò i muri. Questa è la storia di un equilibrio armato — che riguarda anche noi, a monte dei Castelli.
Piena del Tevere a Ponte Sant'Angelo, 12 dicembre 2008 · foto Luciano · CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Le piene
scritte sui muri
A Roma non serve un archivio per leggere la storia delle alluvioni: basta alzare gli occhi. Sulla facciata di Santa Maria sopra Minerva, al Pantheon, piccole lapidi di marmo segnano con una manina incisa fin dove arrivò l’acqua: 1422, 1495, 1530, 1598, 1870. Targhe simili punteggiano Trastevere, il Ghetto, il Campo Marzio.
Sono il più antico sistema di comunicazione del rischio della città: un messaggio dei sopravvissuti ai posteri — l’acqua è arrivata qui, può tornarci. La piena del 1598, la più alta mai registrata, superò di molto l’altezza di un uomo nelle strade del centro.
Per secoli Roma convisse così: il fiume dava il porto, i mulini, l’acqua — e ogni tanto si riprendeva la città. Fino all’anno in cui una piena cambiò la storia.
Targhe delle piene su Santa Maria sopra Minerva · foto Peter1936F · CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
La piena che trovò
una capitale nuova
Il 20 settembre 1870 l’Italia entra a Roma da Porta Pia. Tre mesi dopo, la notte di San Silvestro, il Tevere entra a Roma da tutte le parti: la piena del 28 dicembre 1870 tocca i 17,22 metri all’idrometro di Ripetta e allaga il centro per giorni — il Corso in barca, il Pantheon nell’acqua, la nuova capitale paralizzata davanti al mondo.
Per il giovane Stato fu uno shock fondativo: non si poteva governare l’Italia da una città ostaggio del suo fiume. Il re Vittorio Emanuele II arrivò tra gli allagati; in Parlamento si aprì il dibattito — con Garibaldi tra i protagonisti, sostenitore di una radicale deviazione del fiume fuori da Roma.
Vinse la linea degli argini: chiudere il Tevere tra alte muraglie di travertino. Una scelta che avrebbe salvato la città — cambiandole il volto per sempre.
Foto: Peter1936F · CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
I muraglioni:
la difesa che cambiò Roma
I lavori iniziarono nel 1876 e durarono mezzo secolo: chilometri di muraglioni alti circa 18 metri, i lungotevere alberati sopra, il fiume incassato sotto. Sparirono il porto di Ripetta, i mulini galleggianti, le case che si specchiavano nell’acqua: Roma perse il suo fiume quotidiano e guadagnò la sicurezza.
Funzionano: dalle grandi piene del Novecento fino a quelle recenti, l’acqua è salita minacciosa dentro il canale dei muraglioni — come in questa foto del 2008, con la corrente che lambisce le arcate di Ponte Sant’Angelo — senza riprendersi la città.
È il più grande esempio italiano di prevenzione strutturale: un’opera costosa, lenta e impopolare al suo tempo, che da centocinquant’anni ripaga ogni giorno. La stessa logica, in scala, degli argini e delle casse di espansione di oggi.
Piena del Tevere a Ponte Sisto, 2008 · foto Luciano · CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Sorvegliato speciale
(e mai domato)
Oggi il Tevere è un sorvegliato speciale: l’Autorità di bacino ne pianifica il rischio, le dighe a monte (come Corbara) ne modulano le piene, il Centro Funzionale regionale ne segue i livelli in tempo reale e dirama le allerte. Quando il fiume sale, la macchina che conosci dai nostri dossier — la catena dell’allerta — si mette in moto: chiusura delle banchine, presidi sui ponti, informazione.
E non è solo storia romana: il 5 gennaio 2026 fu l’Aniene, il grande affluente, a esondare alle porte della città, nella stessa alluvione del Lazio che ha toccato anche i Castelli e che raccontiamo in «Troppa acqua». I muraglioni difendono il centro; il resto del bacino — il nostro — si difende con la pianificazione e con le allerte rispettate.
Le targhe sulle chiese restano lì, a ricordare il patto: il fiume non si vince una volta per tutte. Si sorveglia per sempre.
Foto: Luciano · CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Il patto col fiume
Roma insegna la lezione più antica della protezione civile: un rischio non si elimina — si studia, si contiene, si ricorda. Le targhe del Cinquecento e i muraglioni dell’Ottocento sono due capitoli dello stesso libro che oggi scrivono i piani di bacino e le allerte del Centro Funzionale.
Quando piove forte sui Castelli, ricorda che la nostra acqua scende verso quel fiume. Conosci il tuo territorio, rispetta le allerte. In emergenza chiama il 112.
Fonti e crediti
- Immagini: piene del Tevere a Ponte Sant’Angelo e Ponte Sisto, 12 dicembre 2008 (Luciano · CC BY 2.0) · piena all’Isola Tiberina, 13 dicembre 2008 (Lalupa · CC BY-SA 3.0) · targhe delle piene su Santa Maria sopra Minerva (Peter1936F · CC BY-SA 4.0). Via Wikimedia Commons.
- Fonti: serie storiche dell’idrometro di Ripetta (piena del 1598 massima storica; 28 dicembre 1870: 17,22 m) — riprese dalla letteratura dell’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale e da ISPRA · sulla decisione post-1870 e i muraglioni (1876-primo Novecento): storiografia della Roma capitale, incluso il dibattito parlamentare con la proposta di Garibaldi · Alluvioni del Tevere a Roma — Wikipedia (quadro d’insieme e cronologia) · piena del dicembre 2008: cronache e dispositivi di Protezione Civile dell’epoca · Aniene, 5 gennaio 2026: ANSA.
- Sul nostro sito: Dossier: Troppa acqua · Il rischio idrogeologico (Manuale, cap. 7.3) · Dossier: La catena dell’allerta · Rischio idrogeologico: cosa fare.
- Dossier a cura del Gruppo Comunale Volontari di Protezione Civile di Genzano di Roma. Guida divulgativa: in emergenza chiama il 112.
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