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Vajont · 9 ottobre 1963

La diga che resse,
la montagna che cadde

Alle 22:39 un'intera montagna scivolò nel lago artificiale del Vajont. L'onda scavalcò la diga — che non si ruppe — e cancellò Longarone. Non fu una fatalità: fu il disastro che insegnò all'Italia la differenza tra il rischio e la colpa.

Foto: Frisia Orientalis · CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

L'orgoglio dell'ingegneria

La più alta
del mondo

Negli anni Cinquanta, nella gola del torrente Vajont, al confine tra Veneto e Friuli, sorse un capolavoro dell’ingegneria: una diga a doppio arco alta 261,6 metri — all’epoca, la più alta del mondo nel suo genere. Doveva alimentare il grande sistema idroelettrico del Nord-Est.

L’opera era solida. Il problema era ciò che le stava accanto: il Monte Toc, un versante geologicamente fragile, segnato da antiche frane, che il nuovo lago artificiale avrebbe imbevuto d’acqua alla base. In dialetto, toc significa «pezzo», roccia marcia. Il nome conteneva l’avvertimento.

Foto: Tor91 · pubblico dominio, via Wikimedia Commons

1959-1963

Quattro anni
di segnali ignorati

La montagna parlò per anni. Il 4 novembre 1960, durante un invaso di prova, dal Toc si staccò una frana di centinaia di migliaia di metri cubi; sul versante si aprì una fessura a forma di «M», lunga chilometri: il perimetro del blocco che si stava muovendo. Scosse, boati, alberi inclinati: gli abitanti di Erto e Casso lo dicevano da tempo.

Lo disse, con coraggio, anche una giornalista: Tina Merlin, che dalle pagine de l’Unità denunciò il pericolo — e per questo fu processata (e assolta) per diffusione di notizie false e tendenziose. La storia le avrebbe dato ragione nel modo peggiore.

I gestori dell’impianto scelsero di governare la frana invece di fermarsi: alzare e abbassare il lago per «accompagnarla» giù lentamente. Il 9 ottobre 1963 la montagna decise diversamente.

Longarone prima del disastro, 1961 · Biblioteca civica di Belluno · pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Ore 22:39

Quarantacinque secondi

Alle 22:39 del 9 ottobre 1963, 270 milioni di metri cubi di montagna — un blocco di due chilometri — scivolarono nel lago in meno di un minuto, a una velocità stimata attorno ai 100 km/h. L’acqua non ebbe dove andare: si sollevò in un’onda che risalì il versante opposto per circa 250 metri, lambendo Casso, e scavalcò il coronamento della diga.

Dall’altra parte, nella valle del Piave, c’era Longarone. L’onda la raggiunse in pochi minuti e la rase al suolo: delle case rimase il fango che si vede in questa foto aerea. Le vittime furono 1.910, in gran parte a Longarone e nelle sue frazioni.

La diga, intatta, è ancora lì. Non è un monumento all’ingegneria: è il testimone di pietra di una lezione che l’Italia non può dimenticare.

Foto: US Army · pubblico dominio · Longarone, 1963

0 mln m³
Il volume della frana del Monte Toc: un’intera montagna nel lago, in meno di un minuto
0 m
La risalita dell’onda sul versante opposto, verso Casso, prima di scavalcare la diga e piombare su Longarone
0
Le vittime del disastro, in gran parte a Longarone e nelle frazioni: una comunità intera

Longarone: prima e dopo l'onda

A sinistra, Longarone nel 1961: il paese sul Piave, il campanile, le case. A destra, la stessa valle nella foto aerea del 1963, dopo l’onda: il fango ha preso il posto del paese. Trascina il cursore per confrontare. Due angolazioni diverse, la stessa valle: in mezzo, quarantacinque secondi di frana.

Longarone nel 1961, paese integro sulla valle del Piave con il campanile al centro La valle del Piave coperta di fango e detriti dopo il disastro del Vajont, Longarone cancellata 1961 1963

A sinistra: Longarone prima del disastro, 1961 (Biblioteca civica di Belluno · pubblico dominio). A destra: la valle dopo l’onda, 1963 (US Army · pubblico dominio). Via Wikimedia Commons.

Il processo

Non fatalità:
responsabilità

Il Vajont non fu un terremoto né un’alluvione: fu una catastrofe costruita, pezzo per pezzo, da scelte umane. Il processo — celebrato a L’Aquila per legittima suspicione — si chiuse con condanne definitive: il disastro era prevedibile, e fu previsto.

È questa la cesura che il Vajont segna nella storia italiana: prima la montagna che frana era «destino»; dopo, è diventata una responsabilità. La scienza aveva gli strumenti per capire, la cronaca aveva dato l’allarme, l’amministrazione aveva il potere di fermarsi. Il rischio non è mai solo della natura: è di chi sceglie cosa costruire, dove, e quali segnali ascoltare.

Per questo oggi la prevenzione — la mappatura delle frane, i piani, i monitoraggi che raccontiamo nel dossier «La terra che scivola» — non è burocrazia: è la forma istituzionale della memoria del Vajont.

Longarone ricostruita · foto Tor91 · pubblico dominio, via Wikimedia Commons

La memoria che previene

A Longarone, oggi ricostruita, e sul coronamento della diga si va in visita come si va in un luogo sacro laico. Il Vajont ricorda che le catastrofi «naturali» raramente lo sono fino in fondo — e che ascoltare i segnali, e chi li denuncia, è il primo atto di protezione civile.

Conoscere il proprio territorio, rispettare le allerte, pretendere prevenzione: è il modo in cui quella valle continua a salvare vite. In emergenza chiama il 112.

Fonti e crediti

  • Immagini: versante del Toc con la frana e la diga (Frisia Orientalis · CC BY-SA 3.0) · la diga del Vajont dal basso (Tor91 · pubblico dominio) · la valle dopo l’onda, Longarone 1963 (US Army · pubblico dominio) · Longarone prima del disastro, 1961 (Biblioteca civica di Belluno · pubblico dominio in Italia) · Longarone ricostruita, panorama (Tor91 · pubblico dominio). Via Wikimedia Commons.
  • Fonti: CNR-IRPI — la frana del Vajont (dinamica, volumi, onda) · Disastro del Vajont — Wikipedia (cronologia, processo, bilancio di 1.910 vittime) · Tina Merlin, Sulla pelle viva (la denuncia prima del disastro) · le grandezze fisiche (volume, run-up, velocità) sono stime consolidate della letteratura scientifica e vanno lette come ordini di grandezza.
  • Sul nostro sito: Dossier: La terra che scivola · Dossier: Dalle macerie, un sistema · Il rischio idrogeologico (Manuale, cap. 7.3) · Rischio idrogeologico: cosa fare.
  • Dossier a cura del Gruppo Comunale Volontari di Protezione Civile di Genzano di Roma. Guida divulgativa: in emergenza chiama il 112.

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