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Dossier · Conoscere il territorio

Il vulcano
che dorme sotto casa

I Castelli Romani sorgono su un vulcano. Non è spento: è in pausa. Partiamo da casa nostra e facciamo il giro del mondo.

Genzano sul Lago di Nemi · foto Deblu68 · pubblico dominio (Wikimedia Commons)

Non una collina

Sotto i Castelli,
un vulcano

Pochi lo sanno: i Colli Albani sono un vulcano, chiamato anche Vulcano Laziale, una ventina di chilometri a sud-est di Roma.

Non è un singolo cono, ma un grande apparato esplosivo: un bordo esterno — i Monti Tuscolani e l’Artemisio — racchiude una conca di circa 8 chilometri, dentro la quale è cresciuto un vulcano più giovane. E quello specchio d’acqua scuro non è un lago qualunque: è un cratere riempito d’acqua.

Lago Albano da Monte Cavo · foto Deblu68 · pubblico dominio (Wikimedia Commons)

0 mila
Anni dall’ultima eruzione secondo la datazione classica: da allora il vulcano è in pausa (cifra dibattuta)
0 mm/anno
Il sollevamento del suolo rilevato dallo studio Marra 2016: possibile ricarica su tempi geologici
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L’area di degassamento anomalo monitorata a Cava dei Selci, sul versante nord del distretto
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I punti fissi di misura del flusso di CO₂ dal suolo a Cava dei Selci
Casa nostra dall'alto

I Castelli
visti dall'orbita

Vista da 400 chilometri, la forma del vulcano si legge bene: il Lago Albano nell’antico cratere, i paesi costruiti sui versanti e, tutt’intorno, l’anello dei monti che è l’orlo della caldera.

Su questo vulcano vivono oggi centinaia di migliaia di persone. Conoscerne la forma — e la storia — è il primo passo per conviverci in sicurezza.

NASA · Stazione Spaziale Internazionale · pubblico dominio

Esplora il vulcano dall'alto

Tocca i cinque punti per riconoscere le parti del vulcano. (Immagine: dati Copernicus Sentinel-2 / ESA, CC BY.)

Vista satellitare dall'alto del vulcano dei Colli Albani: a sinistra il Lago Albano, in basso il Lago di Nemi, al centro il cono boscoso delle Faete e tutt'intorno l'orlo della caldera
Quiescente, non spento

In pausa,
non addormentato per sempre

Un vulcano spento ha chiuso per sempre. Uno quiescente è solo in pausa: l’ultima eruzione può essere lontana, ma il sistema profondo dà ancora segnali.

I Colli Albani sono del secondo tipo. Lo dicono i piccoli terremoti ricorrenti — alla fine di agosto 2020 l’INGV ne registrò una decina in poche ore, di magnitudo bassa (fino a circa 3.0) — e i lentissimi movimenti del suolo misurati dai satelliti. Per questo l’INGV lo sorveglia in continuo.

Monte Cavo · foto NikonZ7II · CC BY-SA 4.0 (Wikimedia Commons)

Il rischio vero, vicino a noi

Il pericolo
che non si vede

Per il nostro vulcano il pericolo attuale non è la lava, ma il gas. Dal suolo escono anidride carbonica (CO₂), idrogeno solforato e altri gas. La CO₂ è più pesante dell’aria, incolore e inodore: può accumularsi in cantine, pozzi e zone depresse, dove diventa pericolosa.

Il monitoraggio dell’INGV nacque nel 2000, dopo una moria di animali a Cava dei Selci. Onestà doverosa: i principali punti di emanazione documentati — Cava dei Selci, Santa Maria delle Mole, Marino, Frattocchie, Ciampino, Tor Caldara — sono sul versante nord del distretto, non a Genzano. Il fenomeno appartiene al nostro vulcano; gli hotspot noti sono altrove.

Foto: Albarubescens · CC BY-SA 4.0 (Wikimedia Commons)

Vesuvio · 79 d.C.

La lezione di Pompei,
valida ancora oggi

Nel 79 d.C. il Vesuvio cancellò Pompei ed Ercolano: vi vivevano circa 16.000-20.000 persone; nelle ceneri sono stati ritrovati i resti di circa 1.500 vittime, ma il numero totale resta ignoto. L’ultima eruzione del Vesuvio è del 1944.

Oggi il piano di emergenza nazionale prevede una zona rossa di 25 Comuni e circa 700.000 abitanti, con scenario di riferimento un’eruzione simile a quella del 1631. La lezione è chiara: un vulcano quiescente non è un vulcano morto, ma un vulcano che si pianifica.

Foto: Lancevortex · CC BY-SA 3.0 (Wikimedia Commons)

Campi Flegrei · oggi

La terra
che respira

Ai Campi Flegrei, vicino a Napoli, dal 2005 il suolo si solleva: è il bradisismo. A fine marzo 2026 il sollevamento massimo a Pozzuoli aveva toccato circa 163,5 cm (dato in continuo aggiornamento). La terra trema in sciami: dal M4.2 del settembre 2023 fino al M4.6 del 30 giugno 2025.

È una delle caldere più sorvegliate al mondo dall’INGV. Anche i Colli Albani sono una caldera: il “respiro” flegreo mostra come la scienza misura, giorno per giorno, un gigante inquieto.

Foto: yiftah-s · CC BY-SA 3.0 (Wikimedia Commons)

Etna · sempre attivo

Il gigante
sempre sveglio

Non tutti i vulcani dormono. L’Etna, alto circa 3.357 metri, è il vulcano attivo più alto d’Europa, patrimonio UNESCO dal 2013 e tra i più attivi al mondo. Nel 2025 ha avuto episodi a febbraio, giugno (una colonna di cenere alta circa 6,5 km) e agosto.

È monitorato 24 ore su 24 dall’INGV-Osservatorio Etneo di Catania. È l’esempio opposto al nostro: come la scienza convive con un vulcano in eruzione quasi continua.

Foto: Vincenzo Miconi · CC BY-SA 4.0 (Wikimedia Commons)

Islanda · aprile 2010

Quando il cielo
si è fermato

Un vulcano islandese dal nome impronunciabile, l’Eyjafjallajökull, eruttando il 14 aprile 2010 produsse una nube di cenere fine che paralizzò i cieli d’Europa. Dal 15 al 23 aprile circa 20 Paesi chiusero lo spazio aereo: oltre 100.000 voli cancellati in 8 giorni e circa 10 milioni di passeggeri a terra.

Fu la più grande interruzione del traffico aereo dalla Seconda guerra mondiale. La prova che un’eruzione lontana può toccare anche chi vive a Genzano: i vulcani sono un fenomeno globale.

Foto: Boaworm · CC BY 3.0 (Wikimedia Commons)

Pinatubo 1991 · Tambora 1815

Quando un vulcano
cambia il clima

Le grandi eruzioni possono raffreddare il pianeta. Il Pinatubo (Filippine, 1991) immise circa 17 milioni di tonnellate di anidride solforosa nella stratosfera: la temperatura media globale scese di circa 0,5 °C per due anni. Causò circa 800 vittime e oltre 2 milioni di sfollati.

Ancora più potente fu il Tambora (Indonesia, 1815), la più grande eruzione documentata: oltre 70.000 morti e un calo di 0,4-0,7 °C che rese il 1816 l’“anno senza estate”, con raccolti falliti in mezzo mondo.

Foto: U.S. Geological Survey (R. P. Hoblitt) · pubblico dominio (Wikimedia Commons)

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VEI 2-3 · i parossismi dell’Etna: forti ma frequenti
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VEI 5 · il Vesuvio del 79 d.C., che seppellì Pompei
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VEI 6 · il Pinatubo 1991, tra i maggiori del Novecento
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VEI 7 · il Tambora 1815: ogni gradino vale dieci volte più materiale

Convivere con un vulcano: conoscere, non temere

Il Vulcano Laziale è quiescente: nessuna eruzione imminente, ma un territorio da conoscere. La scala VEI misura l’esplosività delle eruzioni, da 0 a 8; ogni gradino vale circa dieci volte più materiale.

Cosa fare a casa nostra: informarsi solo sulle fonti ufficiali (INGV, Protezione Civile); ricordare che in cantine, pozzi e locali bassi vicino a manifestazioni gassose la CO₂ può accumularsi; non sottovalutare un malore in ambienti chiusi. La sorveglianza la fa l’INGV; l’autoprotezione spetta a ciascuno di noi. In emergenza, ovunque, chiama il 112.

Fonti e crediti

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