I disastri non conoscono i confini, e nemmeno i soccorsi. Un grande terremoto, un’alluvione o un incendio possono superare la capacità di risposta di un singolo Paese; molti rischi — un maremoto, una nube tossica, un evento climatico estremo — sono per natura transnazionali. Da qui l’idea del mutuo soccorso: mettere in comune mezzi ed esperti, così che chi è in difficoltà riceva aiuto rapidamente.
12.1 Il Meccanismo unionale di protezione civile (UCPM)
In Europa la spinta decisiva arrivò dal naufragio della petroliera Erika (1999), che riversò idrocarburi sulle coste francesi e mostrò la necessità di un sistema europeo di cooperazione. Nato nel 2001 e più volte riformato, il Meccanismo unionale di protezione civile (UCPM) è una rete delle autorità di protezione civile degli Stati membri, facilitata dalla Commissione europea. Le risorse restano nazionali: l’Europa le coordina e contribuisce economicamente. Ogni Paese partecipa attraverso la propria autorità nazionale — per l’Italia, il Dipartimento della Protezione Civile.
Il cuore operativo è l’ERCC (Emergency Response Coordination Centre), il Centro per il coordinamento della risposta alle emergenze, attivo a Bruxelles 365 giorni l’anno presso la DG ECHO. Quando un Paese chiede aiuto, l’ERCC raccoglie le offerte di assistenza degli altri Stati e organizza l’invio di squadre e mezzi tramite una piattaforma dedicata (CECIS). Al Meccanismo partecipano i Paesi dell’Unione e anche Stati terzi associati; dalla sua istituzione è stato attivato oltre 300 volte.
12.2 rescEU: la riserva europea
Le emergenze più gravi possono esaurire anche le risorse messe in comune dagli Stati. Per questo la Decisione UE 2019/420 ha istituito rescEU, una riserva europea aggiuntiva finanziata dall’Unione: comprende mezzi come aerei antincendio (Canadair), ospedali da campo, scorte mediche e attrezzature. rescEU entra in gioco quando il bacino di risorse nazionali ed europee è esaurito, per garantire comunque una risposta. È il segno di un’Europa che vuole una capacità autonoma di intervento, senza sostituirsi agli Stati.
12.3 Il Quadro di Sendai 2015-2030
A scala mondiale il riferimento è l’UNDRR (Ufficio delle Nazioni Unite per la Riduzione del Rischio di Disastri) e il suo strumento principale, il Quadro di Sendai per la Riduzione del Rischio di Disastri 2015-2030, adottato il 18 marzo 2015 e successore del precedente Quadro di Hyogo (2005-2015). Sendai sposta l’accento dalla sola gestione dell’emergenza alla riduzione del rischio, e indica quattro priorità d’azione:
- comprendere il rischio di disastri (pericolosità, vulnerabilità, esposizione);
- rafforzare la governance del rischio per gestirlo;
- investire nella riduzione del rischio per la resilienza;
- migliorare la preparazione per una risposta efficace e per «ricostruire meglio» (build back better).
12.4 Gli standard tecnici
Accanto agli strumenti politici, la gestione delle emergenze si appoggia a norme tecniche internazionali che ne garantiscono qualità e interoperabilità: la famiglia ISO 22300 sulla security and resilience (tra cui la ISO 22320 sul comando e controllo e la ISO 22324 sui codici colore di allerta), la ISO 31000 sulla gestione del rischio, la ISO 22301 sulla continuità operativa, la ISO 7010 sulla segnaletica di sicurezza. In Italia la figura professionale del disaster manager è definita dalla norma UNI 11656:2023. Questi standard sono trattati, scheda per scheda, nella sezione Standard ISO del sito.
Fonti
- Decisione n. 1313/2013/UE (Meccanismo unionale di protezione civile) e Decisione UE 2019/420 (istituzione di rescEU).
- UNDRR, Quadro di Sendai per la Riduzione del Rischio di Disastri 2015-2030 (adottato il 18 marzo 2015).
- Codice della protezione civile, d.lgs. 1/2018, art. 29 (partecipazione internazionale); UNI 11656:2023 (figura del disaster manager); norme ISO della famiglia 22300, 31000, 22301, 7010.
