L’Italia non ha centrali nucleari in esercizio — i reattori furono chiusi dopo i referendum degli anni Ottanta — ma il rischio nucleare e radiologico esiste comunque: dipende dalle centrali attive oltre confine, dai siti di disattivazione sul territorio nazionale, dalle sorgenti radioattive usate in medicina, ricerca e industria, e dal loro trasporto. È un rischio raro, ma con effetti potenzialmente estesi nel tempo e nello spazio, e quindi pianificato a livello nazionale.

7.9.1 Le radiazioni ionizzanti

Le radiazioni ionizzanti sono in grado di alterare la materia con cui interagiscono, comprese le cellule del corpo umano. È utile distinguere due modi in cui colpiscono le persone:

  • l’irraggiamento — l’esposizione a una sorgente esterna di radiazioni;
  • la contaminazione — il contatto, l’inalazione o l’ingestione di materiale radioattivo, che continua a irradiare dall’interno o dalla superficie.

La dose assorbita e i suoi effetti sulla salute si misurano in sievert (Sv); l’attività di una sorgente in becquerel (Bq). La protezione si fonda su tre principi fisici elementari — tempo (ridurre la durata dell’esposizione), distanza (allontanarsi dalla sorgente) e schermatura (interporre materiali) — e, in caso di contaminazione ambientale, sul ridurre l’inalazione e l’ingestione.

7.9.2 Gli scenari

Gli scenari di riferimento sono sostanzialmente quattro:

  • un incidente a una centrale estera vicina ai confini, con dispersione transfrontaliera di materiale radioattivo (lo scenario che più interessa l’Italia su larga scala);
  • una sorgente orfana — smarrita, abbandonata o fuori controllo — o un incidente in un impianto che la utilizza;
  • un incidente di trasporto di materiale radioattivo;
  • un atto intenzionale, compreso l’uso di un ordigno a dispersione radiologica (la cosiddetta dirty bomb).

7.9.3 La pianificazione e il monitoraggio

La risposta è ordinata dal Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari, adottato dal Dipartimento della Protezione Civile, che definisce ruoli, scenari e misure. L’autorità tecnica di settore è l’ISIN — Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione. Il territorio è sorvegliato da reti di monitoraggio della radioattività ambientale gestite da ISPRA e dalle ARPA. Il quadro di radioprotezione è fissato dal decreto legislativo 31 luglio 2020, n. 101, che recepisce la direttiva europea sulle norme fondamentali di sicurezza (2013/59/Euratom).

La iodoprofilassi: solo su indicazione delle autorità
In alcuni scenari con rilascio di iodio radioattivo, le autorità sanitarie possono disporre la iodoprofilassi: l’assunzione di iodio stabile (ioduro di potassio) che «satura» la tiroide e le impedisce di assorbire lo iodio radioattivo. È una misura efficace ma mirata: va assunta solo quando e come indicato dalle autorità, perché tempi e dosi sbagliati sono inutili o dannosi. Insieme alla iodoprofilassi, le misure-base restano il riparo al chiuso e il rispetto delle indicazioni sugli alimenti.

Le indicazioni di autoprotezione sono nella scheda Rischio nucleare e radiologico: cosa fare.

Fonti

  1. Dipartimento della Protezione Civile — Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari.
  2. ISIN — Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione — autorità di regolamentazione e controllo.
  3. ISPRA e ARPA — reti di monitoraggio della radioattività ambientale.
  4. Decreto legislativo 31 luglio 2020, n. 101 — radioprotezione (recepimento direttiva 2013/59/Euratom) — Normattiva.
  5. Codice della protezione civile, d.lgs. 1/2018, art. 16 — Normattiva.